Halloween, l’adunata delle zucche e gli anatemi della Chiesa.

Da poco la festa celtica di Halloween, che negli Stati Uniti è rimbalzata fino a noi esaltando gli aspetti macabri della vita e della morte, è terminata lasciando il codazzo di polemiche della Chiesa che ha rimarcato, ancora una volta, l’aspetto satanico che si cela nell’usanza di dolcetto scherzetto che tanto piace ai nostri bambini.

Eppure dietro le maschere di teschi sorridenti, al finto sangue rappreso sulle guance, ai coltellacci di plastica conficcati sulle teste dei papà compiacenti e dietro le mamme vestite da streghe, non sembra di ravvisare un’orda di diavoli che si desta ogni 31 ottobre per contrastare la nostra festività di Ognissanti. Piuttosto ci leggerei la smodata voglia di fare festa, derivante da ogni possibile spunto di  antiche usanze pagane o di vecchie credenze religiose. Del resto Halloween non è dissimile dalle liturgie delle nostre ricorrenze cattoliche che assurgono fatti violenti e sanguinari a feste gioiose del calendario. Pertanto se diamo credito alla strage degli innocenti, al tradimento di Giuda e allo strazio  inumano della crocifissione, riesce difficile condannare la feste delle zucche o dei bambini con la faccia da vampiro. Halloween, per il Natale o la Pasqua, è stata amplificata dalla voluttà commerciale che ricerca ogni pretesto per insinuare i suoi affari negli usi e costumi della gente. Alla stregua  della Befana, una repellente strega a cavallo di una scopa che non si fa scrupoli a punire i bambini monelli consegnando del carbone, così i mostriciattoli e gli zombi di Halloween non si fanno scrupoli a chiedere dolci ai vicini di casa, senza che in questo comportamento debba necessariamente travisarsi la zampa del maligno.

 Eppure la festa del macabro, che tanto contesta la Chiesa, affonda le sue più antiche origini nelle celebrazioni romane dedicate a Pomona, la dea dei frutti e dei semi, o alla festività celtica dedicata ai defunti. Infatti, la parola Halloween rappresenta una variante scozzese della frase All Allows’Eve, che vuol dire “Notte sacra agli spiriti” e fu proprio papa Gregorio IV a istituire ufficialmente la ricorrenza del primo novembre dedicata ai santi per creare continuità con il passato.

Paganesimo e religione che s’intrecciano  nella triste leggenda di Jack Lantern, personaggio mitico di Halloween, che fu condannato dal diavolo a vagare per il mondo con una zucca scavata contenente una candela come lanterna, e sbirciando tra le pieghe della storia e delle tradizioni si possono intravedere le analogie e le contraddizioni dei moniti e degli anatemi cattolici per una festa molto meno macabra dei cuori, dei piedi, delle mani o di altri pezzi carne essiccati e venerati come reliquie. Per non parlare dei corpi mummificati o incorrotti dalla morte dei santi cattolici, esposti liberamente agli occhi di grandi e piccini,  il cui aspetto suscita maggiori brividi rispetto a un pipistrello di plastica o ad una ragnatela di cotone attaccata ai vestiti per una notte di baldoria.

#mariovolpescrittore

undefined Kasamaan è una parola in lingua Tagalog (parlata nelle Filippine) che indica il Maligno. Il male nel suo assoluto, così come l’uomo nella propria paura, genera la percezione dalla sua presenza. La paura profonda e incontrollata che, in ogni momento, si possa perdere la vita. Attraverso le fantastiche immaginazioni di queste storie, si cerca di mostrare le varie facce delle angosce umane, per arrivare alla conclusione finale: il vero terrore che attanaglia l’uomo è il fallimento. Il fallimento nel lavoro, negli affetti, della stessa vita resa vana e asciutta da ogni importante significato; evidenziando che, per quanti sforzi si facciano, eventi inaspettati e improvvisi possono dirottarci verso mete dolorose, oscure e inafferrabili. #kasamaan

https://www.lafeltrinelli.it/libri/mario-volpe/kasamaan-l-istinto-oltre-ragione/9788893690362

Il WEB e gli schiavi del nuovo millennio.

Esiste un concetto di crescita economica distorto che focalizza il benessere  rendendo sempre più difficile la redistribuzione della ricchezza

Agli albori della rete, internet prometteva d’essere lo scrigno delle magie che avrebbe rivoluzionato la vita di ogni essere umano. Avrebbe spalmato la conoscenza su tutte le menti offrendo, gratuitamente, libri digitalizzati, portali di lettura, quotidiani on-line e consentendo a chiunque fosse connesso alle chat o gruppi di discussione di esprimere commenti e pareri in nome di una completa libertà di pensiero e parola.

I visionari degli anni ’90 immaginavano che la rete avrebbe altresì migliorato e facilitato il commercio mondiale, perfezionando la logistica e lo stoccaggio delle merci in favore di una produzione progettata su specifiche richieste della clientela, personalizzando l’acquisto di ogni singolo consumatore. Promesse che, in parte, internet è riuscita a mantenere trascurando il rovescio della medaglia a cui erano attaccate realtà e valori tradizionali, spazzati via da un impietoso e cinico vento di progresso. Infatti, l’e-commerce, pur essendo un’opportunità disponibile per tutti gli operatori del settore, in realtà è un terreno economico monopolizzato con arroganza e interesse di casta, amministrato da poche multinazionali le quali tendono a cancellare le iniziative imprenditoriali territoriali; unica garanzia per una naturale redistribuzione della ricchezza e antidoto contro una povertà finanziaria e sociale sempre più vasta.

Ormai si assiste ad una progressiva estinzione di ruoli e competenze nel mondo del lavoro che contribuisce all’appiattimento degli utili sullo scambio di beni e servizi, che per decenni ha garantito una valorizzazione delle attività industriali e commerciali. Tali utili diffusi, amministrati con professionalità e consapevolezza, avrebbero garantito uno sviluppo economico pressoché uniforme, senza demotivare le imprese più audaci propense ad allargare gli orizzonti d’investimento. La nuova tecnologia, lo scambio d’informazioni e la velocità d’elaborazioni dei dati sarebbero stati i garanti di un controllo equo per il rispetto delle normative, affinché ci fosse la giusta proporzionalità tra rischi e investimenti, tra benefici e obblighi derivanti dalle attività in proprio, evitando che il commercio di prossimità finisse tutto negli stomaci voraci di multinazionali straniere. Realtà, che pur soddisfacendo una piccola parte delle richieste di lavoro, tendono, se pur legalmente, a trasferire verso altri paesi i propri risultati aziendali.

Naturalmente nessuno vuole mettere un freno brutale al progresso, ma lo stesso progresso dovrebbe garantire una crescita a ventaglio e non focalizzare la ricchezza a punta di lancia, favorendo macchine aziendali concepite per rastrellare danaro più che per redistribuirlo. Purtroppo le futuristiche aspettative del commercio via internet hanno preso una piega diversa riversando ogni offerta commerciale su una piazza virtuale unica e disponibile all’occhio globale del mondo, stressando la competitività aziendale oltre ogni possibile aspettativa e travolgendo, come un’onda sterminatrice, tutte le attività locali che, ciascuna a suo modo, si sforzavano di contribuire alla crescita economica, sociale e culturale dei territori in cui erano impiantate. Oggi la tendenza è quella di confrontare prezzi, offerte, prodotti sulla rete, concentrando la massa di ordini sulle piattaforme aziendali più convenienti e tagliando fuori ogni altra realtà imprenditoriale più piccola. Inoltre le recenti pasticciate normative impongono alle aziende di e-commerce, che vogliono operare in altri stati, di aprire filiali sul territorio, generando mostri economici che tendono a imporre regole capestro all’indotto asservito ad una concorrenza sleale, volutamente ignorata dalle nostre autorità di controllo. Tanto è vero che i favoritismi legali offerti alle realtà straniere del WEB hanno permesso a pochissime aziende di ottenere il massimo rendimento, con uno sforzo per niente proporzionato al profitto conseguito e al beneficio offerto alla nazione, generando perlopiù tornaconti dal mero aspetto individuale.

Chiaramente la responsabilità di tale decadenza non può essere attribuita allo strumento internet a prescindere, ma come accade per ogni innovazione è l’uso distorto, monopolizzato e incontrollato da cui scaturisce una dittatura economica che schiavizza lavoratori e imprese, obbligandoli a svendere competenze e professionalità alle multinazionali del WEB.

China Prosit
Diogene Edizioni

#mariovolpescrittore

Huawei, cellulari e spaghetti.

La Huawei, una delle maggiori aziende di telefonia mobile al mondo, è passata in pochi anni dalla commercializzazione di modem e accessori per computer a produrre e dominare il mercato dei dei dispositivi mobili.

Quando nel 1987 Ren Zhengfei la fondò pensò che la sua creatura sarebbe cresciuta in breve tempo, ma non avrebbe mai immaginato di arrivare nel 2019 ad un fatturato di oltre un miliardo e settecento milioni di dollari.

Un miracolo economico, molto diverso da quello delle start-up americane, come Apple e Microsoft nate nei garage di casa ed affidate completamente al genio visionario dei suoi creatori. Il padre del P30-pro (uno dei cellulari più avveniristici sul mercato), la strada non ha dovuto asfaltarla tutta prima di percorrerla. Infatti, il buon vecchio Ren è stato CEO di Telecom-China, con tutti i vantaggi che derivano da una posizione del genere, ha inoltre beneficiato delle tecnologie e del design dei prodotti commissionati dalle aziende americane alle fabbriche cinesi, imitandone stile e funzionalità. Per non parlare dei sistemi operativi presi pari pari da quelli di Google.

Il garage dove è nata Apple

Malgrado non sia stato tutto farina del suo sacco e sia partita già da metà percorso anche la Huawei ha potuto presentare il suo miracolo al mondo, esaltando la bravura del suo fondatore e innalzandolo sul podio degli uomini più ricchi del mondo, come del resto è avvenuto per Alibaba, tralasciando che la Cina non è l’America.

In Cina per avere la fortuna di Jack Ma o di Zhengfei devi essere legato ai compagni di partito, devi avere un posto di comando ed essere parte di un sistema preordinato il cui obiettivo è rendere grande e potente il Paese e i suoi funzionari.

In Cina non puoi fare come Bill Gates e Steven Jobs; perché in Cina, per quanto tu sia bravo, nel garage sotto casa potrai solo cucinare gli spaghetti di soia per tutta la vita.

Mario Volpe
Huiko – Rogiosi Editore
un libro di Mario Volpe


https://www.ibs.it/huiko-libro-mario-volpe/e/9788869502750

Importare dalla Cina – La Lettera di Credito

La scelta del pagamento è una delle modalità più delicate, a cui bisogna prestare attenzione, quando si deve regolarizzare una procedura. Importante è tenere ben presente le varie normative valutarie in vigore che regolano il trasferimento di danaro all’estero, preferendo pagamenti tracciati o garantiti dall’intermediazione di una banca. Per piccole importazioni, nell’ordine di centinaia di dollari o euro, è possibile ricorrere a Paypal, Alipay,Applepay o carte di credito, (in Cina si preferisce il circuito UNION PAY, in quanto  Visa e Mastercard non sempre sono accettate).  Se l’attività d’importazione assume una caratteristica di continuità e coinvolge importi di maggior rilievo è meglio ricorrere a sistemi di pagamento adeguati all’importanza della trattativa.

La forma migliore è, senza dubbio, l’apertura di una Lettera di Credito (abbreviata con l’acronimo L/C), un sistema di pagamento messo a punto per tutelare entrambe le parti dell’affare. In sostanza, il compratore si rivolge ad un istituto bancario per aprire un credito a favore di un beneficiario (un fornitore nel caso di una compravendita) a fronte di specifiche condizioni. Tale credito sarà perfezionato, con il pagamento, nel momento in cui il beneficiario assolverà a tutte le richieste di condizione formulate dal firmatario.  La Lettera di Credito è una formula di pagamento che coinvolge movimenti di danaro consistenti e richiede l’intermediazione di una banca come parte attiva, la quale prima di sciogliere tutte le riserve e dare via libera al trasferimento del danaro, verificherà con attenzione le condizioni proposte.  L’intervento di un soggetto terzo potrà meglio garantire il firmatario che il pagamento verrà eseguito solo se il beneficiario concorderà con le condizioni contrattuali, tutelando anche il venditore che avrà la sicurezza di essere onorato a contratto concluso senza ripensamenti da parte dell’acquirente.

Nella pratica commerciale, per finalizzare una Lettera di Credito il venditore dovrà dimostrare di aver preparato la commessa esibendo, alla banca, i documenti rappresentativi della merce tra cui: la fattura e la polizza di carico (marittima, aerea o combinata).Quest’ultimo documento è fondamentale per comprovare che la merce sia stata effettivamente consegnata ad un vettore per la spedizione. La L/C, per sua natura, è una formula costosa, sia in apertura che per l’incasso, per tale ragione, talvolta, si preferisce ricorrere a sistemi di pagamento meno impegnativi come la formula del “Dopo Incasso”. In questo caso il fornitore, dopo aver preparato la spedizione, invierà i documenti commerciali alla banca del cliente che provvederà al pagamento della fattura.Diversamente dalla Lettera di Credito, non vi è alcun obbligo da parte del cliente nel pagare la spedizione, ragione per la quale è necessario che sussista una fiducia consolidata tra il compratore e il venditore; la stessa fiducia necessaria per concordare, come pagamento, il Trasferimento Telegrafico (indicato brevemente come T/T), ossia un bonifico bancario internazionale.

Quest’ultimo metodo è attualmente molto richiesto dai fornitori per poter disporre subito delle risorse finanziare necessarie ad avviare la produzione, in particolare da quando la Cina è passata da un’economia totalmente controllata dallo Stato ad una con partecipazione dei capitali privati.

Il pagamento con bonifico, spesso anticipato, è particolarmente rischioso a causa della concreta possibilità che il beneficiario possa trattenere i soldi e sparire.Per ovviare a tale pericolo, nella pratica commerciale si è soliti spedire un acconto tra il 20% e il 30%, e pagare il saldo a spedizione avvenuta, magari dopo aver ricevuto almeno una copia del documento di carico delle merci, seppur nulla possa realmente garantire al 100% il compratore, se non la fiducia reciproca animata dalla voglia di fare buoni affari insieme.

#huiko

#mariovolpescrittore

Importare dalla Cina – Il primo passo, la ricerca di un fornitore affidabile.

Il primo passo da compiere, per chiunque volesse iniziare un’importazione dalla Cina (come da altri paesi), è la ricerca di un fornitore affidabile. Dato per scontato che già si è identificato il prodotto o la serie di prodotti che s’intende acquistare e di aver fatto adeguate ricerche di mercato per determinare la forbice di prezzi accettabili, è possibile iniziare a scandagliare le varie opportunità offerte da organizzazioni private, camere di commercio e siti internet per l’identificazione di un buon contatto.

Decori per il Natale made in China

Per le importazioni dalla Cina è bene ricordare che esistono due macro possibilità di fornitura: una offerta direttamente dalle fabbriche produttrici e l’altra da agenzie di trading specializzate nell’importazione. Nel primo caso, ossia quello del fabbricante, il vantaggio principale è quello di poter beneficiare di prezzi più convenienti e di avere un certo controllo sulla personalizzazione dei prodotti, ma di contro i fabbricanti diretti accettano ordinativi di una certa consistenza. Infatti, se la quantità da importare non raggiunge i minimi richiesti è possibile rivolgersi alle trading presenti sul territorio, che offrono un servizio più adeguato alle piccole importazioni. In casi del genere è importante avere la consapevolezza di richiedere il servizio di un professionista, il cui costo è solitamente incluso nell’offerta del prezzo del prodotto. Talvolta la scelta di affidarsi ad un intermediario è l’unica alternativa possibile, in quanto non tutti i produttori cinesi sono muniti di licenza di esportazione e di conseguenza non sono autorizzati a preparare i documenti necessari per le vendite estere, per non parlare che molti fabbricanti non sono organizzati con personale adeguato a mantenere i contatti con i clienti stranieri.

Indipendentemente dalla tipologia di fornitore, è necessario trovare un soggetto affidabile che, non solo sia in grado di offrire un buon rapporto qualità prezzo, ma che abbia tutte le carte in regola per garantire un servizio post vendita, assistenza in caso di ricambi e la continuità di lavoro. Se in passato l’unica alternativa possibile era quella di sobbarcarsi il viaggio fino in Cina o affidarsi alle banche dati della camere di commercio, oggi è possibile affidarsi a piattaforme internet specializzate in tal senso. Si tratta di vetrine virtuali dove i produttori o le trading pubblicano i propri prodotti e le proprie offerte, rispettando un albero di categorie previsto dal gestore della piattaforma. Alcune di esse maggiormente evolute assegnano dei punteggi di affidabilità grazie ai quali l’eventuale compratore può farsi un’idea di massima sulle capacità dell’offerente.

 Le piattaforme più comuni e facilmente consultabili, senza nessun aggravio di costi, sono Alibaba.com,  Made-In-China.com, o quella della promossa dalla Fiera di Guangzhou, ma ne esistono molte altre, alcune delle quali altamente specializzate per specifici prodotti e raggiungibili tramite una semplice interrogazione nei motori di ricerca.

Prodotti ad alta tecnologia

Seppur tali piattaforme risultano velocizzare tantissimo la ricerca di un prodotto è sempre bene ricordare che non entrano in merito alla trattativa commerciale, lasciando eventuali rischi a carico del compratore e per tale ragione è necessario essere molto prudenti prima di lasciarsi andare a facili entusiasmi, pensando di aver trovato, in un solo colpo, l’Eldorado tanto agognato. Le incomprensioni, infatti, sono sempre dietro l’angolo ed infieriscono impietosamente sulla mancanza di esperienza di chi s’approccia per la prima volta a tale genere d’attività.

Un consiglio importante, da tenere sempre a mente, è che offerte troppo basse, rispetto al mercato, possono nascondere insidie ed è sempre buona norma richiedere, ove possibile, un campione del prodotto, pur dovendo pagare le spese di spedizione. Talvolta, poche centinaia di euro, investiti per una campionatura, sono lo scudo migliore contro le sgradite sorprese. Altro aspetto da non sottovalutare è la gestione del pagamento, scegliendo una forma che possa garantire anche il compratore; evitando di mandare danaro tout court al fornitore.

 E’ importante inoltre ricordarsi che l’uso di queste piattaforme non è sempre adeguato per grossi investimenti, pertanto se l’oggetto dell’importazione è una partita di merce di alto valore o le quantità da trattare sono elevate, è sempre consigliabile iniziare la ricerca visitando le numerose fiere campionarie organizzate in Asia e in Europa dove la possibilità d’incontrare faccia a faccia un potenziale fornitore può meglio garantire l’acquirente.

#mariovolpescrittore

#huiko

#l’anno del dragone

Attenzione al marchio CE

Chiunque volesse iniziare un’attività d’importazione dalla Cina (o da qualsiasi altro paese non appartenente alla comunità Europea) non dovrà, assolutamente, trascurare l’importanza delle certificazioni e del marchio di conformità CE.

Iniziamo con il dire che tale marchio non è un simbolo rappresentativo della qualità di un prodotto o della superiorità costruttiva rispetto ad un manufatto similare, ma è soltanto l’attestazione che l’oggetto, su cui è apposto, è realizzato nel rispetto delle direttive Comunitarie. Infatti, ogni bene immesso nel mercato europeo ha l’obbligo di rispettare specifiche direttive. Senza voler inoltrarsi nei dettagli della materia, troppo vasta per essere trattata in questa sede, è necessario sapere che non per tutti i prodotti vige l’obbligo di applicazione del marchio di CE, ed attaccarlo indiscriminatamente su ogni cosa è una pratica illegale.

La stampigliatura, che deve essere realizzata rispettando le dovute proporzioni grafiche prescritte, viene sempre applicata su giocattoli, prodotti a funzionamento elettrico, occhiali, prodotti per la cura del corpo, attrezzi per il fitness, contenitori a contatto con cibi e bevande, lampade, telefoni cellulari, prodotti per uso medico e diversi altri oggetti di cui è possibile trovare un elenco completo nei siti internet della Comunità Europea, eppure è necessario prestare la dovuta attenzione perché  alcune sottocategorie merceologiche, a cui notoriamente per principio dovrebbe essere applicato il marchio, non lo richiedono: un esempio lampante sono le doppie e triple spine e gli adattatori delle prese elettriche domestiche in quanto, a tutt’oggi, non esiste uno standard di conformità comune a tutti i paesi membri. Tanto è vero che le prese elettriche in Europa cambiano da nazione a nazione. Tale principio richiama la regola cardine per cui è stata concepita la stampigliatura CE, ossia la conformità di costruzione valida in tutta la comunità e non la sua qualità.

L’importatore che intende acquistare merce dall’estero deve considerare almeno questi principi base ed assicurarsi che il suo fornitore sia in grado di provvedere alla certificazione dei prodotti che realizza. Tale certificazione, emessa da un laboratorio specializzato accreditato nella Comunità Europea, è una sorta di documento d’identità del prodotto che avvalora la stampigliatura del marchio CE, evitando che lo stesso venga applicato indiscriminatamente solo per aggirare i controlli doganali. Le merci che lo richiedono, e su cui il marchio non è apposto, potrebbero essere sequestrate dalle autorità di frontiera ordinandone la distruzione, la rietichettatura, o peggio l’adeguamento strutturale, dopo aver eseguito un test di conformità sul territorio. Tali inconvenienti producono, di conseguenza, un aggravio di costi per l’importatore, il quale vedrà sfumare la convenienza dell’affare, oltre alla possibile imputazione di reati doganali, molti dei quali di natura penale.

A seguito di questa sintetica analisi sul marchio CE, che invito comunque ad approfondire, in virtù del tipo di prodotti da importare, prima di concludere un affare con un produttore estero (nel nostro caso Cina), è importante non tralasciare lo studio dei prezzi di mercato e non puntare subito sull’offerta più bassa.

I prezzi troppo sotto la media, benché allettanti per ogni commerciante, potrebbero nascondere qualche insidia: prima tra tutti la certificazione CE falsa o inesistente. In casi del genere, una volta pagata la fornitura, c’è poco da fare.  Buona abitudine è quella di farsi inviare una copia del certificato e del report di costruzione prima di confermare il contratto di fornitura, assicurandosi che il codice del prodotto stampato sulla confezione sia richiamato nel certificato, in modo particolare quando il documento di conformità racchiude un insieme di prodotti similari. Altri dati importanti da verificare sono: la scadenza del documento, (normalmente la validità è di 5 anni dalla data di emissione) e che l’ente certificatore sia presente nella lista dei laboratori accreditati, avendo cura, una volta completato l’iter d’importazione, di custodire il certificato per renderlo disponibile ai clienti che ne facciano richiesta o alle le autorità di controllo. L’impossibilità di esibire l’attestazione di conformità pone l’importatore in una posizione di rischio per eventuali sequestri di merce che possono avvenire anche dopo molti mesi dallo sdoganamento. Prima di concludere un business, grande o piccolo che sia, è consigliabile ricordare il detto: chi ben inizia è a metà dell’opera.

(Mario Volpe)

Huiko, curiosità.

Per scrivere Huiko (il mio ultimo libro edito da Rogiosi), ho impiegato quasi sei mesi, la maggior parte dei quali spesi più a togliere materia che ad aggiungerne.

L’idea del romanzo è nata al rientro da un recente viaggio di lavoro in Cina, nel corso del quale mi sono concesso la libertà di una visita al tempio di Man Mo, il più antico di Hong Kong.

Il tempio è dedicato alla venerazione del Dio della Letteratura (Man) e al Dio della Guerra (Mo). Durante la visita; tra fumi d’incenso, lampade e statuette votive, una domanda ha preso a rigirarmi nella testa. “Cosa sarebbe accaduto se ad andare in Cina, contrariamente a come faccio io, sarebbe stato un uomo alla ricerca dell’essenza della vita e non delle opportunità di lavoro?”

Ed ecco che viene fuori Andrea, un brillane imprenditore che, dopo essere stato travolto da una serie di eventi sfortunati e fallimentari, perde le certezze del materialismo e si affida al viaggio come opportunità per ricercare l’essenza del suo spirito perduto. Una sorta di viaggio della speranza per curare dubbi e delusioni derivanti da un’esistenza improntata sul materialismo.

I monaci incontrati al monastero, gli amici che vivono in Cina e i miei fornitori di sempre, mi hanno fatto dono di un enorme blocco di materia emotiva dal quale tirare fuori una storia semplice, ma (al dire dei lettori) ricca di suggestioni. Da questo blocco, come uno scultore, ho iniziato a togliere e togliere, fino a scoprire l’essenza del racconto, che amo definire “semplice a tal punto che l’uomo impegnato fatica a comprendere”.  

Scrivendo, di conseguenza, ho cercato di togliere il superfluo che accumuliamo nella vita quotidiana, lasciando solo l’essenza dei pilastri fondanti delle relazioni umane: l’amicizia, l’amore, la contemplazione, la tolleranza, costruendo per loro, a forza di parole, una casa immersa in un silenzio, talvolta, troppo raro per l’uomo moderno.

#huiko

(Mario Volpe)

La benedizione dell’imperatore.

Il presidente cinese, o meglio l’imperatore Xi-Jingping, perché come tale è stato accolto dalle autorità italiane che si sono lasciate sfuggire che il loro ospite è il capo di un regime totalitario. L’uomo del rinnovato Celeste Impero ha dato la sua benedizione ad un’economia già in larga parte monopolio del paese asiatico che rappresenta.

Eppure quando un altro dittatore, Gheddafi, venne in Italia piantando la sua tenda beduina a  Villa Pamphili esattamente dieci anni fa, il quotidiano La Repubblica dava risalto alle proteste titolando che il generale Libico era colpevole di violazione dei diritti umani. All’epoca la Cina si muoveva ancora nell’ombra, ma era già una potenza economica. Le sue fabbriche continuavano a soffocare i nostri mercati con le merci a basso costo e le navi della Cos.co. facevano la spola tra oriente e occidente, riportando indietro i container vuoti. Tanto erano insignificanti le esportazioni dall’Italia verso il Paese del Dragone.

Oggi poco è cambiato: a parte la morte di Gheddafi che ha generato il caos in Libia, e la conquista silenziosa della Cina, divenuta potenza incontrastata nel commercio, industria e finanza. Questa ricchezza ha tappato velocemente la bocca a chiunque gli fosse venuta la malsana idea di sollevare qualche obiezione, o semplicemente parlare, della tutela dei diritti umani in Cina. 

I cinesi hanno acquistato le nostre aziende, che in caso contrario sarebbero andate fallite, si sono insediati nei comparti strategici della nostra economia, hanno acquistato squadre di calcio ed ingaggiato i nostri allenatori, e poco importa se ancora esiste la pena di morte, se ancora un intellettuale può essere considerato un sovversivo,  se accedere a Facebook o Google è reato, se non esistono libere elezioni in un paese che si definisce Repubblica Popolare. Basti guardare le etichette di provenienza dei prodotti su cui è stampigliata in caratteri minuscoli la dicitura ‘Made in P.R.C.’ (People Republic China).

Sono le contraddizioni Italiane, da una parte si fanno manifestazioni contro le violenze e dall’altra s’acclamano i poteri dittatoriali chiudendo gli occhi in nome dell’oro del Dragone: un’ipocrisia vergognosa. 

Partito Comunista Cinese.

Quando erano i soli imprenditori, con iniziative personali, a relazionarsi e stringere accordi con le aziende siniche, portando a casa profitti e assumendosi l’onere e il sacrosanto rischio d’impresa, la questione dei diritti umani restava scollata dalle firme dei contratti privati, ma quando sono i governanti ad avallare affari e scambi commerciali con uno stato totalitario allora c’è da riflettere, perché ciò che si è stipulato con i cinesi sarà valido fino alla morte del loro presidente; per l’Italia, al massimo, fino al prossimo governo.

Christmas World 2019 di Francoforte

La crisi contribuisce ad appiattire la crescita economica, ma la creatività Partenopea accende nuove opportunità.

Anche quest’anno le porte del centro espositivo di Francoforte si sono aperte per ospitare il Christmaworld, la fiera internazionale dedicata alle decorazioni di Natale. L’evento è da sempre un punto di riferimento per gli operatori del settore: rivenditori, allestitori, decoratori e responsabili di pubbliche amministrazioni e grosse strutture ricettive alla ricerca delle ultime tendenze.

Quest’anno i cambiamenti non erano tanto nelle novità proposte, le quali sembrano attraversare un periodo di stallo creativo, ma nella tipologia di visitatori che hanno iniziato ad affollare gli stand. Infatti, la persistente crisi commerciale del settore che ha travolto i piccoli rivenditori, sia per la capillare presenza dei negozi cinesi oltre alla spudorata arroganza dei colossi mondiali dell’e-commerce, è stata una delle motivazioni che ha spinto gli esercenti al dettaglio a tentare di scalare la classica filiera distributiva dell’importatore e grossista, per fare capolino direttamente dai produttori, la cui maggioranza è rappresentata da aziende cinesi e thailandesi che hanno occupato un intero padiglione della fiera.

I visitatori italiani non hanno fatto mancare la propria presenza con un’altissima percentuale di operatori Napoletani, molti dei quali, sapendo che   la portata di ordinativi da sostenere andava ben oltre le proprie possibilità distributive, hanno organizzato gruppi di acquisto per assorbire le consistenti quantità di merce che le aziende asiatiche pretendono per dare corso alle produzioni.

Certamente la forza derivante dai gruppi d’acquisto permette di superare ostacoli che i singoli esercenti sono impossibilitati ad affrontare, ma generano numerose difficoltà che gli operatori avvezzi ben conoscono: il problema della complessità di operare in concorrenza; la mancanza di esclusività di prodotti acquistati; la gestione delle scorte e altre diverse questioni di carattere puramente commerciale. Allorché taluni,dopo aver constatato l’inopportunità di rischiare in un settore che inizia a scricchiolare sotto il peso della saturazione, hanno preferito ripiegare sulle grosse compagnie tedesche, belghe e olandesi che riescono a fare da cuscinetto tra i fabbricanti e le minori esigenze di fornitura da parte dei negozi. Compagnie, che sostituendosi agli specialisti italiani e partenopei,contribuiscono sempre più all’assottigliarsi del montante degli ordinativi stagionali veicolati nel territorio nazionale da parte della propria abituale clientela alla ricerca  spasmodica di novità. La traslazione di ordinativi e pagamenti verso altri paesi d’Europa contribuisce, se pur involontariamente, a ridurre i flussi di liquidità acuendo le sofferenze delle piccole e medie imprese che formano la trama del tessuto economico dell’Italia.

Un’Italia che per certi versi ha tentato un timido riscatto portando alcune aziende d’allestimento a sfidare, con l’inventiva, i colossi del nord Europa pur soffrendo ancora di una gestione in prevalenza familiare. 

Naturalmente la magia del Natale riesce a diluire le perplessità per i futuri andamenti economici del settore, lasciando i visitatori immersi nelle possibili aspettative delle nuove tendenze che non si slegano dalle decorazioni che imitano gli elementi della natura, a quelle di silicone ampiamente usato per i nuovi abeti artificiali, alle palline in vetro marmorizzato, fino alle novità tecnologiche applicate all’illuminazione gestite dall’intelligenza artificiale dell app. Elementi di novità che negli allestimenti moderni non possono mancare, ma stringendosi fanno  posto ad una icona della tradizione germanica, il soldatino Schiaccianoci che, dalla malinconica fiaba di Hoffman, sgomitola per guadagnarsi un posto sotto l’albero.

L’IVA PARTITA DI PRESA IN GIRO PER I CONSUMI

Poter scaricare lo scontrino fiscale è un atto d’equità sociale.

Chiunque abbia fatto studi commerciali conosce certamente il significato e il principio sul quale si basa l’IVA, ovvero l’imposta sul valore aggiunto. 

Tassa, questa, che fa lievitare i prezzi al consumo in maniera consistente, imponendo di pagare allo Stato una gabella su tutti i prodotti che consumiamo. In verità l’idea di far sborsare degli oboli sulle merci è abbastanza vecchia, ma l’IVA, rispetto alle forme passate d’imposte sui consumi, dovrebbe avere una concezione moderna ed equa, in contrapposizione all’accumulo indiscriminato di tributi su tributi alla stregua del passato.

Come dice il nome stesso, l’imposta sul valore aggiunto (IVA) è concepita per tassare solo l’utile derivante dalla cessione di beni o servizi e la sua applicazione è regolata da un meccanismo di scarico fiscale, grazie al quale è possibile portare in detrazione la tassa versata al precedente soggetto economico. 

In poche parole, chi ha un’attività con partita IVA, acquistando una fornitura di un bene o un servizio verserà il contributo al suo fornitore (sostituto d’imposta), per recuperarla, successivamente, dalla vendita fatta al proprio cliente. Il sistema consente di pagare all’Erario solo la differenza tra IVA addebitata e accreditata, ovvero solo la tassa sull’utile frutto dalla transazione economica. 

Fino a questo punto è tutto in regola ed equamente distribuito, ma quando è un consumatore finale ad acquistare un prodotto o un servizio, non essendo possessore di partita IVA (quel numero da 11 cifre che identifica un operatore economico), non potrà a sua volta rivalersi su nessuno, non essendoci altri soggetti su cui riversare l’imposta. Quindi sarà costretto a pagare la tassa per intero, non solo per la parte applicata sul guadagno del suo negoziante di fiducia, ma anche per quella imputata sul costo puro della merce, ovvero sulla quota di capitale iniziale che il negoziante ha investito per caricare il prodotto sullo scaffale. 

Da questa semplice costatazione risulta evidente che la fantomatica Imposta sul valore aggiunto non è affatto pagata solo sul guadagno, ma grava su tutta la spesa; in netta contraddizione con il nome stesso attribuito all’imposta.

Di fatto, sulle compere del consumatore ricadono aggravi abnormi che riducono fortemente il potere d’acquisto delle famiglie e limitano l’incremento dei consumi e, di conseguenza, la crescita economica. In un paese moderno e civile si dovrebbero ridurre al minimo i costi occulti per i cittadini, offrendo l’opportunità ai consumatori di scaricare il valore degli scontrini.

In questo modo si abbasserebbe la base imponibile sulla quale calcolare le tasse annuali, ristabilendo un’equità economica e fiscale per tutti.

(MarioVolpe)