Cosa bolle in pentola?

Cosa bolle in pentola? Acqua per calare la pasta, mi verrebbe spontanea la freddura. In realtà sono al lavoro con altri due (per così dire) romanzi. Il primo, di cui ho già riempito un quadernone di materiale grezzo, è tratto dalla vera storia di un rocambolesco dirottamento aereo; anche qui si raccontano gli aspetti del viaggio, se pur dai risvolti drammatici. Il secondo è una storia fantastica (nel senso di fantasia), in cui i personaggi si trovano a vivere sul quel confine indefinito che separa il mondo materiale da quello spirituale. Per il momento ho convocato nell’hard-disk del mio PC i personaggi a cui sto assegnando le varie destinazioni nella rispettive pagine: sono curioso di vedere come andrà a finire. I titoli? Per ora non esageriamo.

ALBERT, L’ULTIMO BUS (racconto)

Le abitudini sono dure a morire e quelle del signor Albert lo erano ancor di più, in particolare da quando, per lui, scoccò il rintocco del pensionamento.  Sembrava non rendersene conto o, probabilmente, lo ignorava volutamente tanto da ripetere i gesti e i movimenti che faceva da sempre al suono della sveglia. Si alzava ogni giorno alle cinque per prendere il bus delle sei del mattino, eccetto la domenica e per ricordarsene attaccava sulla porta dell’armadio un foglietto con la scritta: “oggi è festa, puoi alzarti anche tra un’ora, tanto la sveglia non suonerà”. Albert disattivava il piccolo congegno la sera precedente, ma era così abituato ad aprire gli occhi all’alba che, con sveglia o senza, si sarebbe destato comunque alla stessa ora preparandosi al rito del mattino. Dopo aver passato qualche minuto a riflettere con gli occhi nel vuoto, la prima cosa che faceva, appena giù dal letto, era di andare al bagno per la doccia e radersi, di seguito indossava un vestito e nei dieci minuti che gli avanzavano prendeva il caffè al bar. Anche quel giorno, il tutto si svolse con rigorosa puntualità, perché Albert non era riuscito a metabolizzare la festa della sera prima che i colleghi gli avevano organizzato. Il venerdì di commiato sarebbe stato il suo ultimo giorno in ufficio e di conseguenza il lunedì successivo il primo giorno di non lavoro. Purtroppo, anche per lui, il momento di farsi da parte era giunto, ma il mattino seguente, pur non avendo alcun impegno, seguì la stessa routine che aveva osservato per quarant’anni. Si alzò all’alba per lavarsi e sbarbarsi, prese il caffè e uscì dal bar giusto in tempo per salire sulla linea ‘18’, il bus che lo portava tutte le mattine in ufficio. All’apparenza tutto era normale, eccetto la quasi irreale atmosfera di quel giorno, eppure il primo giorno della settimana l’autobus doveva essere affollato di pendolari e ragazzini che andavano a scuola, molti passeggeri sarebbero rimasti in piedi aggrappati ai corrimani a pendolare come salsicce, invece niente: il mezzo era vuoto. Il ‘18’, quel giorno, era tutto per lui al punto che Albert si guardava indeciso dove sedersi. Dopo qualche istante d’esitazione sedette dietro la cabina dell’autista da cui aveva la visuale del cartello con la scritta: “non parlare al conducente”, cosa che non avrebbe fatto e che, del resto, non faceva mai. Con uno sbuffo d’aria l’autobus sobbalzò e ripartì addentrandosi, dopo poco, in un banco di foschia che sfocava la visuale dei finestroni. La nebbia, per quel luogo, era anomala e i passanti erano forme evanescenti in movimento, qualcosa dai contorni non ben definiti. Il passeggero, pur notando le stranezze, sembrò non darvi eccessivo peso, s’accarezzò i bianchi capelli controllando il suo aspetto specchiandosi nel cristallo della cabina di guida. Quel vetro era l’unica barriera tra lui e l’autista completamente concentrato alla guida del mezzo. Il conducente, ligio al dovere, non saltò alcuna fermata seppur non vi fossero passeggeri in attesa alle pensiline e tutte le volte che le porte si aprivano e chiudevano imprigionavano batuffoli di nebbia, poco densi, che non andavano oltre la pedana d’accesso. Albert fissava la nebbiolina prigioniera tra le pareti del pullman fino a che non diventava brina sui vetri sigillati, intanto il desiderio di chiedere il parere del conducente, in merito alla surreale atmosfera di quel giorno, lo incoraggiava ma preferì non violare il divieto: “non parlare al conducente”. La frase gli gironzolava in testa come se leggesse il cartello in un ciclo meccanico senza fine. Intanto, la corriera percorse via Libertà fermandosi al semaforo, svoltò a destra in via Fratelli Del Volo e dritta in direzione Piazza del Principe: la fermata di fronte alla Caffetteria Mirage. Il nome del caffè evocava le occhiate che Albert lanciava alla bella cassiera che non conosceva attraverso i finestroni e la ragazza, a distanza, era capace di strappargli un sorriso e metterlo di buon umore. Erano quarant’anni che Alber l’ammirava, giorno dopo giorno, giusto il tempo di una fermata fino a che i capelli di lei non passarono dal nero al bianco cenere senza stingere una bellezza intimidita dalle rughe. La donna non nascondeva il desiderio che aveva di vivere ancora nei sogni di ammirati clienti come in gioventù.  Il signor Albert si preparò al sorriso anche quella mattina, ma fu la prima volta che non riuscì a vederla. L’angolo della cassa era vuoto e la sosta troppo breve affinché potesse scrutare meglio, infatti si trovò poco dopo con gli occhi fissi sull’edicola di via Della Resistenza.  Alla fine del vialone avrebbe dovuto scendere, così si alzò qualche minuto prima per stazionare davanti alla porta tenendo salda la vecchia borsa di pelle in attesa della fermata, ma contrariamente il conducente tirò dritto senza arrestare e Albert, perplesso, schiacciò ripetutamente il campanello per prenotare invano la fermata fino a che non si decise ad infrangere la regola chiedendo spiegazioni dell’autista. Il conducente pareva completamente sordo alle richieste del passeggero e Albert, infastidito dall’essere ignorato, cercò di attrarre l’attenzione colpendo energicamente il gabbiotto con la mano. I colpi non producevano alcun suono e l’uomo non poté fare a meno di chiedersi di quali stramberie fosse vittima, e se veramente stesse andando in ufficio o stesse sognando ancora disteso sul letto? Si chiese dopo aver notato che stavano passando sotto i piloni di metallo della maestosa torre di ferro di Parigi. Il bus proseguì per la sua strada attraversando il panorama del Golden Gate, con al lato la bianca torre pendente di Pisa di poco sovrapposta al Colosseo eretto giusto sulla linea dell’orizzonte che divideva in due l’azzurro del cielo dall’ocra delle sabbie del deserto dove alcune aree erano scurite dalle puntiformi ombre delle piramidi che passavano rapide dai finestroni come una sequenza di diapositive. Vide la torre del Big Ben con le sue lancette puntate sulle dodici, il Partenone e una lunga coda di turisti che attendeva l’apertura Del Prado.  Albert nei suoi paesaggi notava gente accalcata al banco di un Mac Donald in attesa dell’ordinazione, altri che sorseggiavano Coca Cola tenendo tra le mani grossi bicchieroni di carta   e qualcuno che addentava un panino che spuntava da un sacchetto di carta oleata e lui, incredulo, si teneva forte al sostegno finché il suo stesso volto inespressivo, riflesso nel vetro, non rimase a fissarlo. Sembrava che volesse scrutare se stesso nei pensieri più reconditi di desideri inespressi, era un esame di coscienza tremendo e difficile per chi si era sforzato di tenere nascosto ogni desiderio. Quel volto, il suo volto, che lo guardava sempre più intensamente tendeva a prosciugarlo di ogni volontà fino a che anche le forze non vennero a mancare e la mano, con cui teneva la borsa, non ricucì più nello sforzo facendola cadere a terra. Dopo il tonfo, che parve risuonare come un eco nelle orecchie di Albert, la chiusura s’aprì sparpagliando il contenuto della borsa sul pavimento. Erano i cataloghi, brochure e dépliant delle proposte di viaggio dell’agenzia per la quale lavorava, così ogni bella immagine d’Europa e del mondo intero finì al livello delle sue scarpe, ma Albert, chinatosi, non fece in tempo per raccoglierle che l’autobus frenò improvvisamente, le porte si aprirono lasciandogli vedere un cielo nero sovraffollato di stelle. Le strade erano diventate deserte e l’aria profumava di viole, mentre la nebbia era sparita e  lui non provò nessuna sensazione di freddo o di caldo, solo una profonda tranquillità s’impadronì del suo essere liberandolo dall’ansia, da ogni impegno e preoccupazione, cullandolo verso la beatitudine che gli veniva da canti in lontananza intonati da voci soavi e da schiamazzi di fanciulli, finché l’autobus non approcciò l’imbocco di un tunnel che Albert non aveva mai visto prima.  Non ebbe il tempo d’orientarsi perché fu come inghiottito nell’oscurità della galleria che penetrò fin dentro le lamiere del mezzo oscurandolo completamente e nulla si poté più vedere al suo interno.  Il passeggero provò solo la strana sensazione di spostarsi nel vuoto. D’improvviso una luce azzurrognola apparve al termine del cunicolo, fu un segnale che liberò Albert dall’angoscia, ma credendosi prigioniero di un sogno si toccò e pizzò le guance per svegliarsi, eppure il suo corpo, se mai ancora ne avesse uno, fu insensibile ad ogni tormento.

(Mario Volpe)