Il WEB e gli schiavi del nuovo millennio.

Esiste un concetto di crescita economica distorto che focalizza il benessere  rendendo sempre più difficile la redistribuzione della ricchezza

Agli albori della rete, internet prometteva d’essere lo scrigno delle magie che avrebbe rivoluzionato la vita di ogni essere umano. Avrebbe spalmato la conoscenza su tutte le menti offrendo, gratuitamente, libri digitalizzati, portali di lettura, quotidiani on-line e consentendo a chiunque fosse connesso alle chat o gruppi di discussione di esprimere commenti e pareri in nome di una completa libertà di pensiero e parola.

I visionari degli anni ’90 immaginavano che la rete avrebbe altresì migliorato e facilitato il commercio mondiale, perfezionando la logistica e lo stoccaggio delle merci in favore di una produzione progettata su specifiche richieste della clientela, personalizzando l’acquisto di ogni singolo consumatore. Promesse che, in parte, internet è riuscita a mantenere trascurando il rovescio della medaglia a cui erano attaccate realtà e valori tradizionali, spazzati via da un impietoso e cinico vento di progresso. Infatti, l’e-commerce, pur essendo un’opportunità disponibile per tutti gli operatori del settore, in realtà è un terreno economico monopolizzato con arroganza e interesse di casta, amministrato da poche multinazionali le quali tendono a cancellare le iniziative imprenditoriali territoriali; unica garanzia per una naturale redistribuzione della ricchezza e antidoto contro una povertà finanziaria e sociale sempre più vasta.

Ormai si assiste ad una progressiva estinzione di ruoli e competenze nel mondo del lavoro che contribuisce all’appiattimento degli utili sullo scambio di beni e servizi, che per decenni ha garantito una valorizzazione delle attività industriali e commerciali. Tali utili diffusi, amministrati con professionalità e consapevolezza, avrebbero garantito uno sviluppo economico pressoché uniforme, senza demotivare le imprese più audaci propense ad allargare gli orizzonti d’investimento. La nuova tecnologia, lo scambio d’informazioni e la velocità d’elaborazioni dei dati sarebbero stati i garanti di un controllo equo per il rispetto delle normative, affinché ci fosse la giusta proporzionalità tra rischi e investimenti, tra benefici e obblighi derivanti dalle attività in proprio, evitando che il commercio di prossimità finisse tutto negli stomaci voraci di multinazionali straniere. Realtà, che pur soddisfacendo una piccola parte delle richieste di lavoro, tendono, se pur legalmente, a trasferire verso altri paesi i propri risultati aziendali.

Naturalmente nessuno vuole mettere un freno brutale al progresso, ma lo stesso progresso dovrebbe garantire una crescita a ventaglio e non focalizzare la ricchezza a punta di lancia, favorendo macchine aziendali concepite per rastrellare danaro più che per redistribuirlo. Purtroppo le futuristiche aspettative del commercio via internet hanno preso una piega diversa riversando ogni offerta commerciale su una piazza virtuale unica e disponibile all’occhio globale del mondo, stressando la competitività aziendale oltre ogni possibile aspettativa e travolgendo, come un’onda sterminatrice, tutte le attività locali che, ciascuna a suo modo, si sforzavano di contribuire alla crescita economica, sociale e culturale dei territori in cui erano impiantate. Oggi la tendenza è quella di confrontare prezzi, offerte, prodotti sulla rete, concentrando la massa di ordini sulle piattaforme aziendali più convenienti e tagliando fuori ogni altra realtà imprenditoriale più piccola. Inoltre le recenti pasticciate normative impongono alle aziende di e-commerce, che vogliono operare in altri stati, di aprire filiali sul territorio, generando mostri economici che tendono a imporre regole capestro all’indotto asservito ad una concorrenza sleale, volutamente ignorata dalle nostre autorità di controllo. Tanto è vero che i favoritismi legali offerti alle realtà straniere del WEB hanno permesso a pochissime aziende di ottenere il massimo rendimento, con uno sforzo per niente proporzionato al profitto conseguito e al beneficio offerto alla nazione, generando perlopiù tornaconti dal mero aspetto individuale.

Chiaramente la responsabilità di tale decadenza non può essere attribuita allo strumento internet a prescindere, ma come accade per ogni innovazione è l’uso distorto, monopolizzato e incontrollato da cui scaturisce una dittatura economica che schiavizza lavoratori e imprese, obbligandoli a svendere competenze e professionalità alle multinazionali del WEB.

China Prosit
Diogene Edizioni

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