Huiko, curiosità.

Per scrivere Huiko (il mio ultimo libro edito da Rogiosi), ho impiegato quasi sei mesi, la maggior parte dei quali spesi più a togliere materia che ad aggiungerne.

L’idea del romanzo è nata al rientro da un recente viaggio di lavoro in Cina, nel corso del quale mi sono concesso la libertà di una visita al tempio di Man Mo, il più antico di Hong Kong.

Il tempio è dedicato alla venerazione del Dio della Letteratura (Man) e al Dio della Guerra (Mo). Durante la visita; tra fumi d’incenso, lampade e statuette votive, una domanda ha preso a rigirarmi nella testa. “Cosa sarebbe accaduto se ad andare in Cina, contrariamente a come faccio io, sarebbe stato un uomo alla ricerca dell’essenza della vita e non delle opportunità di lavoro?”

Ed ecco che viene fuori Andrea, un brillane imprenditore che, dopo essere stato travolto da una serie di eventi sfortunati e fallimentari, perde le certezze del materialismo e si affida al viaggio come opportunità per ricercare l’essenza del suo spirito perduto. Una sorta di viaggio della speranza per curare dubbi e delusioni derivanti da un’esistenza improntata sul materialismo.

I monaci incontrati al monastero, gli amici che vivono in Cina e i miei fornitori di sempre, mi hanno fatto dono di un enorme blocco di materia emotiva dal quale tirare fuori una storia semplice, ma (al dire dei lettori) ricca di suggestioni. Da questo blocco, come uno scultore, ho iniziato a togliere e togliere, fino a scoprire l’essenza del racconto, che amo definire “semplice a tal punto che l’uomo impegnato fatica a comprendere”.  

Scrivendo, di conseguenza, ho cercato di togliere il superfluo che accumuliamo nella vita quotidiana, lasciando solo l’essenza dei pilastri fondanti delle relazioni umane: l’amicizia, l’amore, la contemplazione, la tolleranza, costruendo per loro, a forza di parole, una casa immersa in un silenzio, talvolta, troppo raro per l’uomo moderno.

#huiko

(Mario Volpe)

Acquistare in Cina: niente di misterioso.

Negli ultimi tempi non si fa che parlare di Cina, di come sia importante stringere affari, grandi o piccoli che siano, con il paese del Dragone, con la conseguente esplosione di sedicenti esperti, manuali e siti internet, che in cambio di un abbonamento a pagamento (o una tantum), promettono il trasferimento delle competenze necessarie per fare affari con i cinesi. 

In modo del tutto naturale, dopo aver accumulato un’esperienza di oltre trent’anni di commercio con la Cina di ogni genere possibile di prodotti, mi sento, tranquillamente, d’affermare che per acquistare dai cinesi non esistono segreti di cui venire a conoscenza, se non un poco d’esperienza nel commercio in genere con la prudenza del buon imprenditore.

Il primo consiglio che mi sento di offrire a chiunque volesse importare le proprie merci dalla Cina è quella di diffidare da qualsiasi piattaforma o consulente che dietro compenso anticipato promette di offrirvi tutti gli strumenti necessari per iniziarvi a tale strada, tanto in definitiva i soldi che rischiate in caso di bidone (che nel commercio è sempre possibile) sono i vostri. 

Se non ve la sentite di rischiare direttamente i vostri soldi, potete sempre rivolgervi ad importatori specializzati che si accolleranno, in tutto o in parte, il rischio d’impresa: in fondo è il loro lavoro. 

Nel caso in cui, vogliate immergervi in quest’esperienza commerciale, per certi versi stimolante, esistono alcune semplici regole auree che possono essere facilmente seguite senza sborsare danaro se non per le merci che acquistate. 

La prima, molto importante, è di entrare in contatto culturale con i cinesi. Ai miei tempi era necessario recarsi in Cina, magari partecipando alle fiere e visitando le fabbriche tutte le volte. Il popolo del Dragone, all’inizio è alquanto diffidente, ma dopo aver instaurato un rapporto di fiducia è possibile avere un buon interlocutore. Oggi ci sono molti cinesi in Italia ed è semplice approfittare di questa opportunità per entrare in contatto senza dover affrontare, almeno inizialmente, un lungo viaggio.

La terza è di affidarsi per qualsiasi informazione alle Camere di Commercio, che malgrado qualche pecca, sono gli organismi meglio strutturati per offrire la giusta consulenza senza alcuno scopo di lucro personale.

La quarta, non avere paura delle banche. Le maggiori banche italiane sono attrezzate con uffici esteri in cui opera personale preparato in grado di fornire la giusta consulenza e gli strumenti adeguati a chiunque voglia intraprendere un’attività d’importazione.

La quinta, spendere un poco di tempo sul sito delle Dogane e magari non disdegnare una visita all’ufficio doganale più vicino a noi, per dissipare dubbi sui prodotti che intendiamo comprare dalla Cina.

Infine, è possibile affidarsi ad un doganalista, un vero e proprio professionista delle pratiche in dogana, questione di fondamentale importanza per chiunque voglia importare merci dai paese extra-cee.

In ultima analisi, ma non per ordine d’importanza, suggerirei la lettura di buoni libri sulla Cina, sulle tecniche del commercio, sui casi di studio di altre aziende e di come hanno risolto problemi e perplessità. Se pur queste letture non potranno avere un riscontro immediato sulla vostra futura attività d’importatore daranno un buon contributo alla vostra conoscenza. Come primo testo mi sento di consigliare “L’arte della guerra di Sun Tzu” (edizioni Mondadori anche in e.book a €0,99), perché anche se non dobbiamo imbracciare il fucile, chi vive d’impresa lo sa bene che ogni giorno è una battaglia.

Negli articoli successivi esamineremo in dettaglio, con alcuni consigli, cosa fare in concreto per importare dalla Cina e quali potrebbero essere i potenziali rischi e come evitarli.

(Mario Volpe)

www.mariovolpe.it

La benedizione dell’imperatore.

Il presidente cinese, o meglio l’imperatore Xi-Jingping, perché come tale è stato accolto dalle autorità italiane che si sono lasciate sfuggire che il loro ospite è il capo di un regime totalitario. L’uomo del rinnovato Celeste Impero ha dato la sua benedizione ad un’economia già in larga parte monopolio del paese asiatico che rappresenta.

Eppure quando un altro dittatore, Gheddafi, venne in Italia piantando la sua tenda beduina a  Villa Pamphili esattamente dieci anni fa, il quotidiano La Repubblica dava risalto alle proteste titolando che il generale Libico era colpevole di violazione dei diritti umani. All’epoca la Cina si muoveva ancora nell’ombra, ma era già una potenza economica. Le sue fabbriche continuavano a soffocare i nostri mercati con le merci a basso costo e le navi della Cos.co. facevano la spola tra oriente e occidente, riportando indietro i container vuoti. Tanto erano insignificanti le esportazioni dall’Italia verso il Paese del Dragone.

Oggi poco è cambiato: a parte la morte di Gheddafi che ha generato il caos in Libia, e la conquista silenziosa della Cina, divenuta potenza incontrastata nel commercio, industria e finanza. Questa ricchezza ha tappato velocemente la bocca a chiunque gli fosse venuta la malsana idea di sollevare qualche obiezione, o semplicemente parlare, della tutela dei diritti umani in Cina. 

I cinesi hanno acquistato le nostre aziende, che in caso contrario sarebbero andate fallite, si sono insediati nei comparti strategici della nostra economia, hanno acquistato squadre di calcio ed ingaggiato i nostri allenatori, e poco importa se ancora esiste la pena di morte, se ancora un intellettuale può essere considerato un sovversivo,  se accedere a Facebook o Google è reato, se non esistono libere elezioni in un paese che si definisce Repubblica Popolare. Basti guardare le etichette di provenienza dei prodotti su cui è stampigliata in caratteri minuscoli la dicitura ‘Made in P.R.C.’ (People Republic China).

Sono le contraddizioni Italiane, da una parte si fanno manifestazioni contro le violenze e dall’altra s’acclamano i poteri dittatoriali chiudendo gli occhi in nome dell’oro del Dragone: un’ipocrisia vergognosa. 

Partito Comunista Cinese.

Quando erano i soli imprenditori, con iniziative personali, a relazionarsi e stringere accordi con le aziende siniche, portando a casa profitti e assumendosi l’onere e il sacrosanto rischio d’impresa, la questione dei diritti umani restava scollata dalle firme dei contratti privati, ma quando sono i governanti ad avallare affari e scambi commerciali con uno stato totalitario allora c’è da riflettere, perché ciò che si è stipulato con i cinesi sarà valido fino alla morte del loro presidente; per l’Italia, al massimo, fino al prossimo governo.

Il pane al vapore della Cina.

Se vi lamentate del sapore sciapito del pane toscano vuol dire che non avete mai assaggiato i mantou, i tradizionali panetti cinesi cotti al vapore in contenitori di bambù.

 I panetti hanno una consistenza morbida e spumosa e un sapore neutro. Per farla breve non sanno di niente, almeno nella loro versione classica, per questo il loro consumo è spesso accompagnato da altre pietanze, o addirittura al loro impasto sono aggiunti pezzetti di carne o frutta secca per la preparazione di spuntini da strada. 

Questa pietanza, originaria del nord della Cina, è realizzata semplicemente con acqua e farina, non con riso come molti erroneamente credono, si è diffusa in tutto il territorio della Repubblica Popolare, tanto da permettere la nascita di veri e proprie catene di street-foodche offrono questo tipo di pane, rivisitato in chiave moderna, ai numerosi turisti e stranieri che affollano le strade delle megalopoli Cinesi.

Diciotti

…i migranti della Diciotti chiederanno (in tutte le sedi preposte) un risarcimento di settantamila euro allo Stato per limitazione della libertà personale. A prescindere dal giudizio di ciascuno, il caso potrebbe costituire un precedente giuridico foraggiato da chi (indipendentemente dalle intenzioni) ha promesso di votarsi all’interesse di un Paese che ha sofferto e, tuttora soffre, per corresponsabilità amministrative passate e, ahimè, presenti dovute a riflessioni e comportamenti poco ponderati. Se credi di riuscire in qualcosa in cui gli altri hanno fallito, prima di agire è meglio chiedersi il perché.(MarioVolpe)

Christmas World 2019 di Francoforte

La crisi contribuisce ad appiattire la crescita economica, ma la creatività Partenopea accende nuove opportunità.

Anche quest’anno le porte del centro espositivo di Francoforte si sono aperte per ospitare il Christmaworld, la fiera internazionale dedicata alle decorazioni di Natale. L’evento è da sempre un punto di riferimento per gli operatori del settore: rivenditori, allestitori, decoratori e responsabili di pubbliche amministrazioni e grosse strutture ricettive alla ricerca delle ultime tendenze.

Quest’anno i cambiamenti non erano tanto nelle novità proposte, le quali sembrano attraversare un periodo di stallo creativo, ma nella tipologia di visitatori che hanno iniziato ad affollare gli stand. Infatti, la persistente crisi commerciale del settore che ha travolto i piccoli rivenditori, sia per la capillare presenza dei negozi cinesi oltre alla spudorata arroganza dei colossi mondiali dell’e-commerce, è stata una delle motivazioni che ha spinto gli esercenti al dettaglio a tentare di scalare la classica filiera distributiva dell’importatore e grossista, per fare capolino direttamente dai produttori, la cui maggioranza è rappresentata da aziende cinesi e thailandesi che hanno occupato un intero padiglione della fiera.

I visitatori italiani non hanno fatto mancare la propria presenza con un’altissima percentuale di operatori Napoletani, molti dei quali, sapendo che   la portata di ordinativi da sostenere andava ben oltre le proprie possibilità distributive, hanno organizzato gruppi di acquisto per assorbire le consistenti quantità di merce che le aziende asiatiche pretendono per dare corso alle produzioni.

Certamente la forza derivante dai gruppi d’acquisto permette di superare ostacoli che i singoli esercenti sono impossibilitati ad affrontare, ma generano numerose difficoltà che gli operatori avvezzi ben conoscono: il problema della complessità di operare in concorrenza; la mancanza di esclusività di prodotti acquistati; la gestione delle scorte e altre diverse questioni di carattere puramente commerciale. Allorché taluni,dopo aver constatato l’inopportunità di rischiare in un settore che inizia a scricchiolare sotto il peso della saturazione, hanno preferito ripiegare sulle grosse compagnie tedesche, belghe e olandesi che riescono a fare da cuscinetto tra i fabbricanti e le minori esigenze di fornitura da parte dei negozi. Compagnie, che sostituendosi agli specialisti italiani e partenopei,contribuiscono sempre più all’assottigliarsi del montante degli ordinativi stagionali veicolati nel territorio nazionale da parte della propria abituale clientela alla ricerca  spasmodica di novità. La traslazione di ordinativi e pagamenti verso altri paesi d’Europa contribuisce, se pur involontariamente, a ridurre i flussi di liquidità acuendo le sofferenze delle piccole e medie imprese che formano la trama del tessuto economico dell’Italia.

Un’Italia che per certi versi ha tentato un timido riscatto portando alcune aziende d’allestimento a sfidare, con l’inventiva, i colossi del nord Europa pur soffrendo ancora di una gestione in prevalenza familiare. 

Naturalmente la magia del Natale riesce a diluire le perplessità per i futuri andamenti economici del settore, lasciando i visitatori immersi nelle possibili aspettative delle nuove tendenze che non si slegano dalle decorazioni che imitano gli elementi della natura, a quelle di silicone ampiamente usato per i nuovi abeti artificiali, alle palline in vetro marmorizzato, fino alle novità tecnologiche applicate all’illuminazione gestite dall’intelligenza artificiale dell app. Elementi di novità che negli allestimenti moderni non possono mancare, ma stringendosi fanno  posto ad una icona della tradizione germanica, il soldatino Schiaccianoci che, dalla malinconica fiaba di Hoffman, sgomitola per guadagnarsi un posto sotto l’albero.

L’IVA PARTITA DI PRESA IN GIRO PER I CONSUMI

Poter scaricare lo scontrino fiscale è un atto d’equità sociale.

Chiunque abbia fatto studi commerciali conosce certamente il significato e il principio sul quale si basa l’IVA, ovvero l’imposta sul valore aggiunto. 

Tassa, questa, che fa lievitare i prezzi al consumo in maniera consistente, imponendo di pagare allo Stato una gabella su tutti i prodotti che consumiamo. In verità l’idea di far sborsare degli oboli sulle merci è abbastanza vecchia, ma l’IVA, rispetto alle forme passate d’imposte sui consumi, dovrebbe avere una concezione moderna ed equa, in contrapposizione all’accumulo indiscriminato di tributi su tributi alla stregua del passato.

Come dice il nome stesso, l’imposta sul valore aggiunto (IVA) è concepita per tassare solo l’utile derivante dalla cessione di beni o servizi e la sua applicazione è regolata da un meccanismo di scarico fiscale, grazie al quale è possibile portare in detrazione la tassa versata al precedente soggetto economico. 

In poche parole, chi ha un’attività con partita IVA, acquistando una fornitura di un bene o un servizio verserà il contributo al suo fornitore (sostituto d’imposta), per recuperarla, successivamente, dalla vendita fatta al proprio cliente. Il sistema consente di pagare all’Erario solo la differenza tra IVA addebitata e accreditata, ovvero solo la tassa sull’utile frutto dalla transazione economica. 

Fino a questo punto è tutto in regola ed equamente distribuito, ma quando è un consumatore finale ad acquistare un prodotto o un servizio, non essendo possessore di partita IVA (quel numero da 11 cifre che identifica un operatore economico), non potrà a sua volta rivalersi su nessuno, non essendoci altri soggetti su cui riversare l’imposta. Quindi sarà costretto a pagare la tassa per intero, non solo per la parte applicata sul guadagno del suo negoziante di fiducia, ma anche per quella imputata sul costo puro della merce, ovvero sulla quota di capitale iniziale che il negoziante ha investito per caricare il prodotto sullo scaffale. 

Da questa semplice costatazione risulta evidente che la fantomatica Imposta sul valore aggiunto non è affatto pagata solo sul guadagno, ma grava su tutta la spesa; in netta contraddizione con il nome stesso attribuito all’imposta.

Di fatto, sulle compere del consumatore ricadono aggravi abnormi che riducono fortemente il potere d’acquisto delle famiglie e limitano l’incremento dei consumi e, di conseguenza, la crescita economica. In un paese moderno e civile si dovrebbero ridurre al minimo i costi occulti per i cittadini, offrendo l’opportunità ai consumatori di scaricare il valore degli scontrini.

In questo modo si abbasserebbe la base imponibile sulla quale calcolare le tasse annuali, ristabilendo un’equità economica e fiscale per tutti.

(MarioVolpe)