I calici di Baccarat

(Racconto)

Baccarat è una cittadina francese nota per la lavorazione dei pregiati calici di cristallo Hartcourt. I bicchieri furono creati in omaggio al re di Francia Luigi Filippo. In questi calici hanno bevuto Napoleone III e il Papa Giovanni Paolo II.

Era solo il timore che gli crescessero le tette a far desistere Gustavo dal mangiare pollo al forno quasi ogni giorno, senza alcun pudore alimentare.  Giovanna conosceva bene pregi e difetti del marito e non esitava ad utilizzare il suo piatto preferito per dissuaderlo dai capricci dell’uomo sposato, con cui viveva da oltre venti anni. Un tempo all’apparenza infinito, un contenitore pieno di preoccupazioni e speranze dove, ciascuno a suo modo, aveva trepidato per il futuro dei figli e per le serate in discoteca; per il mutuo della casa, per le rate della macchina nuova, per le malattie dei genitori assediati dagli acciacchi della vecchiaia, per i compleanni, le feste di Natale e gli anniversari. Avevano trepidato insieme quando i soldi non bastavano per arrivare a fine mese e quando si potevano permettere una vacanza. Lo avevano fatto immaginando che il tempo non li avrebbe mai cambiati, che non li avrebbe mai resi dispotici, intolleranti e insoddisfatti per ciò che non avevano potuto avere e per quello che avevano barattato per vivere insieme.

Inventi anni di matrimonio Gustavo aveva vissuto con la sensazione di essere sulla cabina di un otto-volante, arrancando tra alti e bassi per raggiungere la sommità della pista e precipitare nel vuoto senza freni, rallentare a valle e risalire la china pronto ad un altro giro, in un tempo senza fine che sopportava sempre meno. Eppure, i venti anni precedenti a quel giorno, del dodici settembre, sembravano essersi consumati nei film del sabato sera, tra i minuti della loro canzone d’amore, tra i rigori della partita o in fila davanti alle casse del supermercato. Tutto sempre uguale. Una fiammella che inesorabilmente consumava le energie di Gustavo che tentava di rinvigorire concedendosi la libertà di una birra o in concitate sfide al biliardo. Non che fosse un campione di carambola, anzi spesso steccava e non aveva mai vinto una partita, ma il suo vero scopo era quello di ritagliarsi dei momenti tutti per sé. Momenti sempre più rari con l’avanzare dell’età che gli stroncava la voglia di andare in giro, del biliardo, delle controversie sui fatti del paese e di tutto quanto amava in gioventù, ad eccezion fatta per la birra che, sempre più spesso, stappava a casa svaccato in poltrona.Il tempo, come sempre a accade, rincara il prezzo della libertà e Gustavo, senza i suoi impegni di lavoro, aveva sempre meno scuse per sgusciare, viscido e scivoloso come un’anguilla, dalle mani di Giovanna.

Giovanna: quanto era golosa, da ragazza, del fritto d’anguilla e lui, per farle piacere, la portava ogni giovedì sera al Barchino, una trattoria sul lago, dopo che lei aveva finito il turno in infermeria. Oggi quella capanna di legno, che sfornava centinaia di piatti al fritto d’anguilla, non esiste più. La taverna è diventata un ammasso di tavole marce e spugnose, rosichiate dall’implacabile fame delle tarme, la stessa che Gustavo aveva in comune con quegli insetti divoratori. Fame atavica, profonda, partorita dall’immobilismo forzato che lo portava a mangiare fino a scoppiare. Sarebbe morto soffocato dal cibo senza accorgersene. Del resto, come bofonchiava spesso, era l’unico piacere che la vita continuava a concedergli, perché tutte le altre forme di godimento erano avviluppate da una nebulosa spuma di ricordi difficile da afferrare e troppo faticosi da risvegliare.

In fondo Gustavo non sognava più i grandi traguardi, era diventato pigro e petulante, senza alcuna iniziativa, se non quella di proporre il menù del giorno che Giovanna declinava in favore di alternative più sbrigative che non le portassero via troppo tempo, indaffarata com’era con le faccende quotidiane. Ma nel giorno del loro anniversario di nozze, quando svezzarono l’utopia d’amarsi per sempre, soltanto perché i loro giovani cuori non conoscevano ancora il cinismo e la noia, Giovanna diede il meglio di sé. Imbandì una cena romantica, qualcosa di speciale che mai si sarebbe più ripetuta, che avrebbe scosso il suo uomo dal profondo. Gustavo, infatti, gelido sull’uscio, prima di mettere piede in casa sobbalzò nel vedere la tavola finemente apparecchiata. Giovanna aveva rispolverato le posate d’argento del corredo, il servizio di porcellana e, come se non bastasse, aveva tirato fuori dalla cristalliera i bicchieri di Baccarat che luccicavano sulla tovaglia di pizzo fiorentino. Era una tavola degna di un principe. Una preparazione che lasciava presagire qualche ospite di riguardo, ma essendo apparecchiato solo per due Gustavo non tardò a comprendere.

 Che bislacco, come aveva potuto dimenticare il giorno del loro anniversario, ma rapidamente scaricò tutta la responsabilità sugli impegni che ancora lo vessavano perché, malgrado fosse senza lavoro, era ancora debitore del mutuo, era impegnato in fila alle poste, a fare anticamera dal medico di famiglia, oltre a sbrogliare qualche grana affibbiatagli dai suoi ragazzi cresciuti in un batter d’occhio.

Gustavo non aveva colpa se il giorno dell’anniversario gli era passato di mente, in fondo era lui ad occuparsi di tutto e non poteva essere biasimato per quella piccola dimenticanza: no non è colpa tua, del resto è una vita che non lo festeggiate, gli bisbigliava insistente la voce della coscienza direttamente al centro della testa, cercando di dissuaderlo con una mezza verità.  Infatti, quel giorno lo avevano sempre festeggiato con una cena senza eccessi al ristorante sotto casa, tanto, secondo Gustavo, sarebbe  finito tutto nella tazza del bagno, benché in passato non la pensasse alla stessa maniera. All’epoca fioccavano incontri romantici, fiori, carezze e sgangherate poesie che lui scriveva di getto e  dedicava a Giovanna quasi ogni sera. Acerbe attenzioni d’amore che la moglie avrebbe ricambiato solo dopo venti anni e senza risparmiarsi per rendere speciale quell’unica sera. Così, prima di sedersi a tavola, avrebbero sorseggiato un cocktail di spumante all’arancia decorato con granelli sale rosa.

Giovanna, emozionata come una bambina, aveva meditato tanto quel momento. Dapprima fu solo un pensiero da scacciare come una mosca fastidiosa, ma ad ogni giorno che passava l’idea si riproponeva con maggiore insistenza. Solo qualche settimana prima del fatidico giorno, guardandosi allo specchio notò le prime insistenti rughe della fronte, scrutando l’aggrinzirsi della pelle del collo e le labbra divenute più sottili, fissò il suo ritratto appeso alla parete. La fotografia la ritraeva nel fiore degli anni abbracciata a Gustavo, all’epoca già vecchio per lei e, nel fare un superficiale bilancio della sua esistenza di giovane moglie e madre, pensò alla sua ultima occasione di poter cambiare vita e decise di farlo. Versò nel bicchiere di Gustavo, senza che lui se ne accorgesse, il contenuto di un’ampolla che teneva nascosta nella tasca del vestito. Dieci gocce sarebbero state sufficienti, così aveva letto in giro su internet, ma se ne avesse versata qualcuna in più non avrebbe fatto di certo male, seppure una dose eccessiva avrebbe alterato il sapore del cocktail accomunandolo a quello delle mandorle amare. Comunque, la cosa avrebbe avuto poca importanza, prima che Gustavo potesse percepirne il gusto sarebbe già stramazzato e così non ci pensò più. Riversò tutto il liquido dell’ampolla nel bicchiere all’amato sposo.

L’atmosfera artificiosamente dolce investì il volto pallido di Giovanna di nuova luce e, agli occhi del suo uomo, ritornò ad essere la ragazza che gli faceva rimbalzare il cuore. Ritornò ad essere la biondina tutto pepe che gli scompensava il battito e gli faceva brillare gli occhi, non era più la donna che, nel corso degli anni, gli era sfuggita di mano e che affannosamente rincorreva senza raggiungerla mai. In quel momento nei ricordi granulosi di Gustavo s’annidava un presente che stava perdendo e che cercava di recuperare nell’occasione una sera, in un attimo in cui credette di averla ritrovata tra le scintille dei calici, intanto che lei gli porgeva da bere. I loro sguardi, inariditi dalle incomprensioni, ritornarono ad essere languidi e teneri, finché nel petto dell’uomo avvampò una fiamma che incenerì ogni insofferenza. Gustavo aveva assolto le contrarietà del presente per rivivere l’idea di un’emozione in bilico tra immaginazione e ricordi e così non gli costò alcuna fatica assecondare il sorriso tirato di Giovanna che guardava attraverso il bordo scintillante del bicchiere. Sua moglie sorseggiò voluttuosa lo spumante all’arancia e Gustavo, sotto lo sguardo compiaciuto di lei, s’apprestò ad imitarne il gesto, ma il suono improvviso del campanello sgretolò il magico momento e, malgrado le insistenze della moglie a desistere, posò il calice sul tavolo senza aver bevuto nemmeno una goccia e andò ad aprire la porta.

Il tono ritmato e ripetuto del campanello era l’inconfondibile biglietto da visita di Roberta, il primo frutto del loro amore, felice, sempre allegra e innamorata della vita. Come la folata d’un uragano la ragazza irruppe nella stanza, poggiò l’ingombrante pacco regalo sul tavolo, abbracciò suo padre e appioppò un timido bacio sulle ossute guance della mamma mentre i capelli, legati a coda di cavallo, dondolavano tra le spalle scoprendole il collo. Roberta, la principessa festaiola di papà, la copia carbone di mamma, non avrebbe mai dimenticato l’anniversario e mai avrebbe rinunciato al solito scatolone infiocchettato in un croccante foglio di carta colorato.  Nello scatolone c’era un completo di lenzuola e federe in fresco cotone, lo stesso che Roberta portava ogni anno variando soltanto il colore e per quel giorno scelse un intenso viola scuro che, sotto l’effetto della penombra, poteva essere scambiato, senza dubbio alcuno, per un elegantissimo nero matto. Per Gustavo sarebbe stato bellissimo come sempre, ma per Giovanna ringraziare Roberta era diventata una litania che svendeva le emozioni un tanto al chilo, mentre lei impaziente aspettava che i genitori aprissero lo scatolone lasciando i resti degli incarti sulla tavola apparecchiata. Nel giro di poco le porcellane, le posate d’argento e i calici di Baccarat erano smarriti in un campo di battaglia invaso da  fogli strappati,  nastrini tagliati e  biglietti d’auguri.  Anche gli altri, Massimo ed Eleonora, i frutti più acerbi di un amore maturo che schiacciava la noia prima del sonno, fecero la loro parte.   Massimo s’era sbrigato con un servizio di tazze da caffè preso dal cinese all’angolo, che sarebbe stato comunque perfetto per i suoi vecchi. Eleonora portò una scatola di legno, un cofanetto con due boccette di profumo uguali, a distinguerle solo la scritta Lui e Lei per differenziare la fragranza  per uomo da quella per la donna.

Dal momento che i tre ragazzi irruppero nel nido d’amore l’atmosfera da intima e sonnecchiante trasmutò rapidamente e la casa si riempì di ciance, risate seguite da raffiche di scampanellii, mentre Gustavo continuava ad aprire la porta per fare entrare gente: Valerio e Francesca con il loro figlio piccolo; Armando che viveva al piano di sotto con la madre anziana; le sorelle Martozzi e Pierluigi, vecchio collega di lavoro e vedovo da quasi due anni; intanto che  il telefono squillava di continuo. Messaggi, chiamate di auguri, abbracci, baci e pacchetti regalo: era tutto per i maturi sposi che non ricordavano di aver mai conosciuto così tanta gente pronta ad invadere l’oasi privata di Giovanna, rischiando di rovinarle la serata. Sulla tavola nulla era più al suo posto, un vento d’allegria l’aveva trasformata e il pollo arrosto, gelido e senza fumo, non era altro che un freddo cadavere spennato. Giovanna lo avrebbe riscaldato per l’ennesima volta rendendolo ancora più morto di quello che era, mentre il suo occhio era fisso sul bicchiere di Gustavo ancora pieno e circondata da un’amara solitudine. Due soli calici erano pochi festeggiare degnamente la serata e Roberta aprì la cristalliera per prenderne altri, uno per ogni invitato. Cocktail all’arancia per tutti, cocktail all’arancia per brindare ad un rinnovato amore, cocktail all’arancia per un nuovo inizio. Massimo smorzò la luce, Roberta fu la prima ad alzare il calice in alto ed Eleonora invitò al brindisi. Giovanna, gelida, afferrò il suo Baccarat con la presa molle della dita scosse da un improvviso tremore che le sciolse la presa, facendole scivolare il bicchiere. Il cristallo esplose sul pavimento in mille pezzi e il rumore richiamò l’attenzione della sala attonita verso Giovanna. Lei, che dall’ingresso di Roberta non aveva detto una parola, gridò a tutti di non bere. Gustavo, nell’angosciante silenzio generale, la guardò negli occhi lucidi spalancati verso il nulla per chiederle cosa avesse, ma il suono di un tonfo lo richiamò al centro della sala da pranzo. Qualcuno riaccese le luci e il corpo di Roberta, contorto a terra e scosso da tremori incontrollati si mostrò allo sguardo attonito e ammutolito degli invitati. Gustavo si chinò su di lei, sbiancata di colpo come un lenzuolo, urlando al vuoto di chiamare un medico mentre Roberta si sentiva soffocare come se avesse un tampone di pezza che le gonfiava la gola. In poco tempo i suo i muscoli diventarono carne morta, come il pollo che languiva freddo nella pirofila a centro tavola, poi schiumò dalla bocca chiudendo il sipario della vita con un’impenetrabile smorfia di dolore.

Volti inorriditi che non capivano, occhi ceruli impassibili, anime impotenti al cospetto della morte. La falce aveva reciso il fiore più bello del giardino.  E’ morta, aggrottò Gustavo con un rauco boccheggio bruciato dal dolore e, ancora chino sul corpo della figlia, pronunciò ripetutamente la quella stessa frase rivolto a Giovanna, una statua di ghiaccio senza più sogni. Giovanna la donna in lotta contro il tempo, la moglie insofferente, la madre combattiva e premurosa; Giovanna, la guerriera abituata sempre alla vittoria, capì subito che il calice avvelenato di Gustavo, il prezioso cristallo di Baccarat era finito tra le morbide labbra di figlia.

Il nastro ora è fermo, non si può andare avanti e non si può ritornare un momento prima, il presente resterà ingabbiato tra le sbarre di una nostalgia senza futuro: Giovanna sciolse quel suo ultimo pensiero tra il corpo immobile sul pavimento e il calice di Baccarat che Roberta aveva poggiato sul bordo del tavolo prima di stramazzare. Il calice di Baccarat, il bicchiere dei Papi e dei Re la stava guardando; guardava Giovanna attraverso l’umida orma lasciata della labbra di Roberta sul sottile bordo del bicchiere; la stava guardando e la chiamava a sé, mentre lei nella febbrile convulsione della fine lo fissava e lo odiava più di Gustavo, più della morte stessa che aveva sbagliato persona, che aveva sbagliato momento. Mentre l’odiava l’afferrò e lo bevve tutto d’un fiato e i granelli di sale rosa le restarono appiccicati ai lati della bocca.

Huawei, cellulari e spaghetti.

La Huawei, una delle maggiori aziende di telefonia mobile al mondo, è passata in pochi anni dalla commercializzazione di modem e accessori per computer a produrre e dominare il mercato dei dei dispositivi mobili.

Quando nel 1987 Ren Zhengfei la fondò pensò che la sua creatura sarebbe cresciuta in breve tempo, ma non avrebbe mai immaginato di arrivare nel 2019 ad un fatturato di oltre un miliardo e settecento milioni di dollari.

Un miracolo economico, molto diverso da quello delle start-up americane, come Apple e Microsoft nate nei garage di casa ed affidate completamente al genio visionario dei suoi creatori. Il padre del P30-pro (uno dei cellulari più avveniristici sul mercato), la strada non ha dovuto asfaltarla tutta prima di percorrerla. Infatti, il buon vecchio Ren è stato CEO di Telecom-China, con tutti i vantaggi che derivano da una posizione del genere, ha inoltre beneficiato delle tecnologie e del design dei prodotti commissionati dalle aziende americane alle fabbriche cinesi, imitandone stile e funzionalità. Per non parlare dei sistemi operativi presi pari pari da quelli di Google.

Il garage dove è nata Apple

Malgrado non sia stato tutto farina del suo sacco e sia partita già da metà percorso anche la Huawei ha potuto presentare il suo miracolo al mondo, esaltando la bravura del suo fondatore e innalzandolo sul podio degli uomini più ricchi del mondo, come del resto è avvenuto per Alibaba, tralasciando che la Cina non è l’America.

In Cina per avere la fortuna di Jack Ma o di Zhengfei devi essere legato ai compagni di partito, devi avere un posto di comando ed essere parte di un sistema preordinato il cui obiettivo è rendere grande e potente il Paese e i suoi funzionari.

In Cina non puoi fare come Bill Gates e Steven Jobs; perché in Cina, per quanto tu sia bravo, nel garage sotto casa potrai solo cucinare gli spaghetti di soia per tutta la vita.

Mario Volpe
Huiko – Rogiosi Editore
un libro di Mario Volpe


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Importare dalla Cina, gli ingredienti del prezzo.

Trasparenza è la parola d’ordine di ogni relazione professionale e commerciale; la stessa che un onesto venditore applica quando etichetta i prodotti della sua offerta.  Ma se acquistare un qualsiasi oggetto nel negozio sotto casa o in un centro commerciale è abbastanza immediato, in quanto nel suo valore sono già incluse tasse e oneri di gestione, lo stesso non si può dire dei prezzi proposti all’importazione. Infatti, il mondo degli scambi internazionali è costellato da acronimi e sigle assurde di netta derivazione anglosassone, sia per ragioni storiche sia per motivi linguistici, essendo l’inglese l’idioma tecnico per eccellenza.

Quando ci si approccia ad organizzare un’importazione, sia essa dalla Cina o da altro paese, è bene tenere presente che esistono delle spese aggiuntive che andranno a gravare sul costo finale della merce; tali oneri, a seconda degli accordi stipulati tra le parti, saranno pagati dal compratore o dal venditore e spesso includono le spese assicurative sul carico, il costo del trasporto (marittimo, terrestre o aereo), eventuali importi di dogana e movimentazioni del carico per le ispezioni. Inoltre, per una buona gestione della compravendita, non dimenticarsi di prevedere eventuali emolumenti dovuti per lo stoccaggio dopo lo sdoganamento.

Nave portacontainer.

In questa sede esamineremo brevemente alcune delle sigle più comuni che accompagnano le offerte di vendita dall’estero ed applicate, in prevalenza, nell’ambito dei trasporti via mare a cui, di solito, sono legati anche tratte di terra indispensabili per coprire le distanze tra i luoghi di origini dei prodotti e i porti d’imbarco, nonché tra quelli di destinazione. Per tale motivo, un’offerta estera è quasi sempre accompagnata da condizioni accessorie, qualora tali condizioni non fossero chiaramente riportate dall’offerente è bene richiederle esplicitamente, ricordandosi che, solitamente, l’assenza delle condizioni accessorie sottintende un prezzo franco fabbrica. Tale accordo prevede, nella pratica commerciale, che ogni altra spesa per movimentare il carico, dal luogo di origine alla destinazione finale, sarà onere del compratore, e spesso tali costi amministrati da un’altra nazione possono mancare di una completa trasparenza.

Si tenga presente, quindi, che le offerte all’importazione possono essere espresse nei seguenti termini più comuni:

Quotazioni EX-Word: il prezzo della merce è offerto nel magazzino del venditore, tutte le spese accessorie sono a carico   del compratore che le dovrà organizzare e pagarle in aggiunta.

Quotazioni FOB (Free on board): il prezzo della merce include il trasferimento fino al bordo della nave (in caso di trasporto marittimo), ma le spese d’imbarco e le movimentazioni alla partenza saranno a carico del ricevitore che dovrà farsi carico anche dei costi accessori all’arrivo. Con l’introduzione dei container questa condizione è stata leggermente modificata facendo rientrare nelle spese all’origine anche il carico del container sulla nave e non più fino alla banchina. Questa condizione di prezzo non prevede l’assicurazione per il carico che dovrà essere stipulata dal ricevitore, prima della partenza, nel caso voglia tutelarsi dai rischi del trasporto.

Quotazioni CIF (Cost Insurance Freight): in questo caso nel prezzo della merce è incluso sia il trasporto, fino al porto di sbarco, sia l’assicurazione per le merci che sarà stipulata dal venditore. Restano a carico del ricevitore i costi per il trasporto dal luogo di sbarco ai suoi magazzini, nonché gli oneri doganali a destino che, se non diversamente concordato, sono sempre pagati dell’acquirente.

Quotazione C&F e C&I (Costi and Freight) (Costi and Insurance): in questi casi il prezzo della merce include il trasporto marittimo, escludendo l’assicurazione rischi. Nel secondo caso, invece, nel prezzo della merce non è contemplata la movimentazione via mare, tuttavia è inclusa l’assicurazione rischi per il trasporto.

Nella pratica commerciale esistono diverse altre formule per esprime i prezzi, benché quelle riportate siano le più comuni, ma è prudente, in caso di dubbi, richiedere la consulenza di un doganalista per evitare di dover sostenere, spese troppo gravose, che potrebbero compromettere il buon esito dell’affare.

#mariovolpescrittore

#huiko

#lannodeldragone

Importare dalla Cina – Il primo passo, la ricerca di un fornitore affidabile.

Il primo passo da compiere, per chiunque volesse iniziare un’importazione dalla Cina (come da altri paesi), è la ricerca di un fornitore affidabile. Dato per scontato che già si è identificato il prodotto o la serie di prodotti che s’intende acquistare e di aver fatto adeguate ricerche di mercato per determinare la forbice di prezzi accettabili, è possibile iniziare a scandagliare le varie opportunità offerte da organizzazioni private, camere di commercio e siti internet per l’identificazione di un buon contatto.

Decori per il Natale made in China

Per le importazioni dalla Cina è bene ricordare che esistono due macro possibilità di fornitura: una offerta direttamente dalle fabbriche produttrici e l’altra da agenzie di trading specializzate nell’importazione. Nel primo caso, ossia quello del fabbricante, il vantaggio principale è quello di poter beneficiare di prezzi più convenienti e di avere un certo controllo sulla personalizzazione dei prodotti, ma di contro i fabbricanti diretti accettano ordinativi di una certa consistenza. Infatti, se la quantità da importare non raggiunge i minimi richiesti è possibile rivolgersi alle trading presenti sul territorio, che offrono un servizio più adeguato alle piccole importazioni. In casi del genere è importante avere la consapevolezza di richiedere il servizio di un professionista, il cui costo è solitamente incluso nell’offerta del prezzo del prodotto. Talvolta la scelta di affidarsi ad un intermediario è l’unica alternativa possibile, in quanto non tutti i produttori cinesi sono muniti di licenza di esportazione e di conseguenza non sono autorizzati a preparare i documenti necessari per le vendite estere, per non parlare che molti fabbricanti non sono organizzati con personale adeguato a mantenere i contatti con i clienti stranieri.

Indipendentemente dalla tipologia di fornitore, è necessario trovare un soggetto affidabile che, non solo sia in grado di offrire un buon rapporto qualità prezzo, ma che abbia tutte le carte in regola per garantire un servizio post vendita, assistenza in caso di ricambi e la continuità di lavoro. Se in passato l’unica alternativa possibile era quella di sobbarcarsi il viaggio fino in Cina o affidarsi alle banche dati della camere di commercio, oggi è possibile affidarsi a piattaforme internet specializzate in tal senso. Si tratta di vetrine virtuali dove i produttori o le trading pubblicano i propri prodotti e le proprie offerte, rispettando un albero di categorie previsto dal gestore della piattaforma. Alcune di esse maggiormente evolute assegnano dei punteggi di affidabilità grazie ai quali l’eventuale compratore può farsi un’idea di massima sulle capacità dell’offerente.

 Le piattaforme più comuni e facilmente consultabili, senza nessun aggravio di costi, sono Alibaba.com,  Made-In-China.com, o quella della promossa dalla Fiera di Guangzhou, ma ne esistono molte altre, alcune delle quali altamente specializzate per specifici prodotti e raggiungibili tramite una semplice interrogazione nei motori di ricerca.

Prodotti ad alta tecnologia

Seppur tali piattaforme risultano velocizzare tantissimo la ricerca di un prodotto è sempre bene ricordare che non entrano in merito alla trattativa commerciale, lasciando eventuali rischi a carico del compratore e per tale ragione è necessario essere molto prudenti prima di lasciarsi andare a facili entusiasmi, pensando di aver trovato, in un solo colpo, l’Eldorado tanto agognato. Le incomprensioni, infatti, sono sempre dietro l’angolo ed infieriscono impietosamente sulla mancanza di esperienza di chi s’approccia per la prima volta a tale genere d’attività.

Un consiglio importante, da tenere sempre a mente, è che offerte troppo basse, rispetto al mercato, possono nascondere insidie ed è sempre buona norma richiedere, ove possibile, un campione del prodotto, pur dovendo pagare le spese di spedizione. Talvolta, poche centinaia di euro, investiti per una campionatura, sono lo scudo migliore contro le sgradite sorprese. Altro aspetto da non sottovalutare è la gestione del pagamento, scegliendo una forma che possa garantire anche il compratore; evitando di mandare danaro tout court al fornitore.

 E’ importante inoltre ricordarsi che l’uso di queste piattaforme non è sempre adeguato per grossi investimenti, pertanto se l’oggetto dell’importazione è una partita di merce di alto valore o le quantità da trattare sono elevate, è sempre consigliabile iniziare la ricerca visitando le numerose fiere campionarie organizzate in Asia e in Europa dove la possibilità d’incontrare faccia a faccia un potenziale fornitore può meglio garantire l’acquirente.

#mariovolpescrittore

#huiko

#l’anno del dragone

Attenzione al marchio CE

Chiunque volesse iniziare un’attività d’importazione dalla Cina (o da qualsiasi altro paese non appartenente alla comunità Europea) non dovrà, assolutamente, trascurare l’importanza delle certificazioni e del marchio di conformità CE.

Iniziamo con il dire che tale marchio non è un simbolo rappresentativo della qualità di un prodotto o della superiorità costruttiva rispetto ad un manufatto similare, ma è soltanto l’attestazione che l’oggetto, su cui è apposto, è realizzato nel rispetto delle direttive Comunitarie. Infatti, ogni bene immesso nel mercato europeo ha l’obbligo di rispettare specifiche direttive. Senza voler inoltrarsi nei dettagli della materia, troppo vasta per essere trattata in questa sede, è necessario sapere che non per tutti i prodotti vige l’obbligo di applicazione del marchio di CE, ed attaccarlo indiscriminatamente su ogni cosa è una pratica illegale.

La stampigliatura, che deve essere realizzata rispettando le dovute proporzioni grafiche prescritte, viene sempre applicata su giocattoli, prodotti a funzionamento elettrico, occhiali, prodotti per la cura del corpo, attrezzi per il fitness, contenitori a contatto con cibi e bevande, lampade, telefoni cellulari, prodotti per uso medico e diversi altri oggetti di cui è possibile trovare un elenco completo nei siti internet della Comunità Europea, eppure è necessario prestare la dovuta attenzione perché  alcune sottocategorie merceologiche, a cui notoriamente per principio dovrebbe essere applicato il marchio, non lo richiedono: un esempio lampante sono le doppie e triple spine e gli adattatori delle prese elettriche domestiche in quanto, a tutt’oggi, non esiste uno standard di conformità comune a tutti i paesi membri. Tanto è vero che le prese elettriche in Europa cambiano da nazione a nazione. Tale principio richiama la regola cardine per cui è stata concepita la stampigliatura CE, ossia la conformità di costruzione valida in tutta la comunità e non la sua qualità.

L’importatore che intende acquistare merce dall’estero deve considerare almeno questi principi base ed assicurarsi che il suo fornitore sia in grado di provvedere alla certificazione dei prodotti che realizza. Tale certificazione, emessa da un laboratorio specializzato accreditato nella Comunità Europea, è una sorta di documento d’identità del prodotto che avvalora la stampigliatura del marchio CE, evitando che lo stesso venga applicato indiscriminatamente solo per aggirare i controlli doganali. Le merci che lo richiedono, e su cui il marchio non è apposto, potrebbero essere sequestrate dalle autorità di frontiera ordinandone la distruzione, la rietichettatura, o peggio l’adeguamento strutturale, dopo aver eseguito un test di conformità sul territorio. Tali inconvenienti producono, di conseguenza, un aggravio di costi per l’importatore, il quale vedrà sfumare la convenienza dell’affare, oltre alla possibile imputazione di reati doganali, molti dei quali di natura penale.

A seguito di questa sintetica analisi sul marchio CE, che invito comunque ad approfondire, in virtù del tipo di prodotti da importare, prima di concludere un affare con un produttore estero (nel nostro caso Cina), è importante non tralasciare lo studio dei prezzi di mercato e non puntare subito sull’offerta più bassa.

I prezzi troppo sotto la media, benché allettanti per ogni commerciante, potrebbero nascondere qualche insidia: prima tra tutti la certificazione CE falsa o inesistente. In casi del genere, una volta pagata la fornitura, c’è poco da fare.  Buona abitudine è quella di farsi inviare una copia del certificato e del report di costruzione prima di confermare il contratto di fornitura, assicurandosi che il codice del prodotto stampato sulla confezione sia richiamato nel certificato, in modo particolare quando il documento di conformità racchiude un insieme di prodotti similari. Altri dati importanti da verificare sono: la scadenza del documento, (normalmente la validità è di 5 anni dalla data di emissione) e che l’ente certificatore sia presente nella lista dei laboratori accreditati, avendo cura, una volta completato l’iter d’importazione, di custodire il certificato per renderlo disponibile ai clienti che ne facciano richiesta o alle le autorità di controllo. L’impossibilità di esibire l’attestazione di conformità pone l’importatore in una posizione di rischio per eventuali sequestri di merce che possono avvenire anche dopo molti mesi dallo sdoganamento. Prima di concludere un business, grande o piccolo che sia, è consigliabile ricordare il detto: chi ben inizia è a metà dell’opera.

(Mario Volpe)

Christmas World 2019 di Francoforte

La crisi contribuisce ad appiattire la crescita economica, ma la creatività Partenopea accende nuove opportunità.

Anche quest’anno le porte del centro espositivo di Francoforte si sono aperte per ospitare il Christmaworld, la fiera internazionale dedicata alle decorazioni di Natale. L’evento è da sempre un punto di riferimento per gli operatori del settore: rivenditori, allestitori, decoratori e responsabili di pubbliche amministrazioni e grosse strutture ricettive alla ricerca delle ultime tendenze.

Quest’anno i cambiamenti non erano tanto nelle novità proposte, le quali sembrano attraversare un periodo di stallo creativo, ma nella tipologia di visitatori che hanno iniziato ad affollare gli stand. Infatti, la persistente crisi commerciale del settore che ha travolto i piccoli rivenditori, sia per la capillare presenza dei negozi cinesi oltre alla spudorata arroganza dei colossi mondiali dell’e-commerce, è stata una delle motivazioni che ha spinto gli esercenti al dettaglio a tentare di scalare la classica filiera distributiva dell’importatore e grossista, per fare capolino direttamente dai produttori, la cui maggioranza è rappresentata da aziende cinesi e thailandesi che hanno occupato un intero padiglione della fiera.

I visitatori italiani non hanno fatto mancare la propria presenza con un’altissima percentuale di operatori Napoletani, molti dei quali, sapendo che   la portata di ordinativi da sostenere andava ben oltre le proprie possibilità distributive, hanno organizzato gruppi di acquisto per assorbire le consistenti quantità di merce che le aziende asiatiche pretendono per dare corso alle produzioni.

Certamente la forza derivante dai gruppi d’acquisto permette di superare ostacoli che i singoli esercenti sono impossibilitati ad affrontare, ma generano numerose difficoltà che gli operatori avvezzi ben conoscono: il problema della complessità di operare in concorrenza; la mancanza di esclusività di prodotti acquistati; la gestione delle scorte e altre diverse questioni di carattere puramente commerciale. Allorché taluni,dopo aver constatato l’inopportunità di rischiare in un settore che inizia a scricchiolare sotto il peso della saturazione, hanno preferito ripiegare sulle grosse compagnie tedesche, belghe e olandesi che riescono a fare da cuscinetto tra i fabbricanti e le minori esigenze di fornitura da parte dei negozi. Compagnie, che sostituendosi agli specialisti italiani e partenopei,contribuiscono sempre più all’assottigliarsi del montante degli ordinativi stagionali veicolati nel territorio nazionale da parte della propria abituale clientela alla ricerca  spasmodica di novità. La traslazione di ordinativi e pagamenti verso altri paesi d’Europa contribuisce, se pur involontariamente, a ridurre i flussi di liquidità acuendo le sofferenze delle piccole e medie imprese che formano la trama del tessuto economico dell’Italia.

Un’Italia che per certi versi ha tentato un timido riscatto portando alcune aziende d’allestimento a sfidare, con l’inventiva, i colossi del nord Europa pur soffrendo ancora di una gestione in prevalenza familiare. 

Naturalmente la magia del Natale riesce a diluire le perplessità per i futuri andamenti economici del settore, lasciando i visitatori immersi nelle possibili aspettative delle nuove tendenze che non si slegano dalle decorazioni che imitano gli elementi della natura, a quelle di silicone ampiamente usato per i nuovi abeti artificiali, alle palline in vetro marmorizzato, fino alle novità tecnologiche applicate all’illuminazione gestite dall’intelligenza artificiale dell app. Elementi di novità che negli allestimenti moderni non possono mancare, ma stringendosi fanno  posto ad una icona della tradizione germanica, il soldatino Schiaccianoci che, dalla malinconica fiaba di Hoffman, sgomitola per guadagnarsi un posto sotto l’albero.

Radicchio

Hanno affermato Radicchio in galera
lo hanno appeso dal collo alla spalliera,

lo hanno incordato sul gozzo tarchiato

mentre lui bestemmiava il Cristo inchiodato.

Gli hanno strappato i capelli rossicci

quei bastardi compagni meticci,

a colpi di fallo e con le dita robuste

per le loro voglie schifose ed ingiuste.

Per le loro voglie schifose ed ingiuste.

Quello alto un metro e novanta

ha preso Radicchio senza speranza,

gli diceva inutile nano pulisci la stanza,

sei a vita la moglie di questa paranza,


Radicchio impiccato gridava e piangeva

quel dannato sopruso non gli piaceva

il nano ormai sfatto si disperava 

ma nessun maledetto lo liberava

Nessun maledetto lo liberava.

Hanno afferrato Radicchio in galera

e senza vita lo hanno lascito dove era.

#mariovolpescrittore

#huiko

La misura del tempo

Commento al libro di Gianrico Carofiglio.

Gianrico Carofiglio mi è stato sempre cordialmente antipatico, ma del resto se volessi commentare un libro dagli atteggiamenti del suo autore mi ritroverei a leggere e parlare solo di defunti. Per tale regione ho favorevolmente accettato di esprimere un parere sul suo recente romanzo “La misura del tempo”, almeno avrei avuto una plausibile motivazione per dedicarmi alla lettura di queste pagine.

 Devo confessare che il grado d’antipatia verso l’autore si contrappone alla sua abilità di narratore, tanto che sin dalle prime pagine percepivo solo gli eventi e i personaggi del racconto, che pur incastonati in una storia di fantasia sembravano sbucare da fatti reali.

Questa è la storia di un processo, della difesa di un presunto innocente o  presunto colpevole, di indagini ed arringhe intervallate dai ricordi di Guido e della sua vecchia fiamma, che ricompare nella vita dell’ormai noto avvocato chiedendogli di assumere la difesa in appello del figlio, condannato in primo grado per omicidio. La plausibile storia di un errore giudiziario, di una verità sbandierata a gran voce e ritenuta infima menzogna per sottrarsi dalle proprie responsabilità. La crudezza di un processo indiziario, il meschino accanimento nel rifiutare possibili alternative a ipotizzate incerte responsabilità, ma sufficienti a togliere la libertà ad un giovane scapestrato.

 La misura de tempo è un racconto scorrevole, lineare intervallato da chiari e definiti flashback -come la moderna narrativa richiede- salti nel passato che aiutano a delineare, nel corso del libro, il carattere dei personaggi chiave di tutta la storia. Parole fluide che riescono a tenere incollato il lettore dalla prima all’ultima pagina verso un finale per certi versi amaro, ma reso a lieto fine da un colpo di coda del destino. Un finale capace  non solo di lasciare il lettore amareggiato o soddisfatto per il suo epilogo,  ma in grado di suggerisce profonde riflessioni sul percorso della verità e della giustizia.

Halloween, l’adunata delle zucche e gli anatemi della Chiesa.

Da poco la festa celtica di Halloween, che negli Stati Uniti è rimbalzata fino a noi esaltando gli aspetti macabri della vita e della morte, è terminata lasciando il codazzo di polemiche della Chiesa che ha rimarcato, ancora una volta, l’aspetto satanico che si cela nell’usanza di dolcetto scherzetto che tanto piace ai nostri bambini.

Eppure dietro le maschere di teschi sorridenti, al finto sangue rappreso sulle guance, ai coltellacci di plastica conficcati sulle teste dei papà compiacenti e dietro le mamme vestite da streghe, non sembra di ravvisare un’orda di diavoli che si desta ogni 31 ottobre per contrastare la nostra festività di Ognissanti. Piuttosto ci leggerei la smodata voglia di fare festa, derivante da ogni possibile spunto di  antiche usanze pagane o di vecchie credenze religiose. Del resto Halloween non è dissimile dalle liturgie delle nostre ricorrenze cattoliche che assurgono fatti violenti e sanguinari a feste gioiose del calendario. Pertanto se diamo credito alla strage degli innocenti, al tradimento di Giuda e allo strazio  inumano della crocifissione, riesce difficile condannare la feste delle zucche o dei bambini con la faccia da vampiro. Halloween, per il Natale o la Pasqua, è stata amplificata dalla voluttà commerciale che ricerca ogni pretesto per insinuare i suoi affari negli usi e costumi della gente. Alla stregua  della Befana, una repellente strega a cavallo di una scopa che non si fa scrupoli a punire i bambini monelli consegnando del carbone, così i mostriciattoli e gli zombi di Halloween non si fanno scrupoli a chiedere dolci ai vicini di casa, senza che in questo comportamento debba necessariamente travisarsi la zampa del maligno.

 Eppure la festa del macabro, che tanto contesta la Chiesa, affonda le sue più antiche origini nelle celebrazioni romane dedicate a Pomona, la dea dei frutti e dei semi, o alla festività celtica dedicata ai defunti. Infatti, la parola Halloween rappresenta una variante scozzese della frase All Allows’Eve, che vuol dire “Notte sacra agli spiriti” e fu proprio papa Gregorio IV a istituire ufficialmente la ricorrenza del primo novembre dedicata ai santi per creare continuità con il passato.

Paganesimo e religione che s’intrecciano  nella triste leggenda di Jack Lantern, personaggio mitico di Halloween, che fu condannato dal diavolo a vagare per il mondo con una zucca scavata contenente una candela come lanterna, e sbirciando tra le pieghe della storia e delle tradizioni si possono intravedere le analogie e le contraddizioni dei moniti e degli anatemi cattolici per una festa molto meno macabra dei cuori, dei piedi, delle mani o di altri pezzi carne essiccati e venerati come reliquie. Per non parlare dei corpi mummificati o incorrotti dalla morte dei santi cattolici, esposti liberamente agli occhi di grandi e piccini,  il cui aspetto suscita maggiori brividi rispetto a un pipistrello di plastica o ad una ragnatela di cotone attaccata ai vestiti per una notte di baldoria.

#mariovolpescrittore

undefined Kasamaan è una parola in lingua Tagalog (parlata nelle Filippine) che indica il Maligno. Il male nel suo assoluto, così come l’uomo nella propria paura, genera la percezione dalla sua presenza. La paura profonda e incontrollata che, in ogni momento, si possa perdere la vita. Attraverso le fantastiche immaginazioni di queste storie, si cerca di mostrare le varie facce delle angosce umane, per arrivare alla conclusione finale: il vero terrore che attanaglia l’uomo è il fallimento. Il fallimento nel lavoro, negli affetti, della stessa vita resa vana e asciutta da ogni importante significato; evidenziando che, per quanti sforzi si facciano, eventi inaspettati e improvvisi possono dirottarci verso mete dolorose, oscure e inafferrabili. #kasamaan

https://www.lafeltrinelli.it/libri/mario-volpe/kasamaan-l-istinto-oltre-ragione/9788893690362

Hong Kong, la guerriglia del sabato sera.

Sotto gli ombrelli della protesta potrebbe esserci molto altro

Ad Hong Kong sono le quattro del pomeriggio, sarei dovuto arrivare almeno due ore prima, ma il nuovo treno ad alta velocità da Guangzhou che taglia l’aria a quattrocento chilometri all’ora è ancorato ai binari senza alcuna ragione apparente. Senza alcun plausibile motivo. L’incertezza di non sapere è subito chiara, un lucido quadro s’era delineato all’arrivo. Il treno era stato trattenuto in Cina, la partenza posticipata in attesa che la rivolta giovanile ad Hong Kong terminasse, ma non abbastanza per non essere coinvolto negli ultimi lanci di sassi e di spray urticanti e le cariche per disperdere le ultime frange di manifestanti mascherati vestiti di nero, che hanno sostituito alla marcia degli ombrelli le bottiglie incendiarie.

I volantini di protesta sparsi per le strade di Hong Kong

 E’ una domenica pomeriggio come tante, una domenica in cui da alcuni mesi: cronisti, curiosi e turisti del brivido aspettano ai margini delle strade d’assistere alla battaglia d’acqua e fuoco tra le forze di polizia e manifestanti, giovani che chiedono il rispetto dei valori democratici e di libertà che il governo cinese considera il veleno della produttività. Si sparano proiettili di gomma e intanto potrebbe scapparci il morto, ma la marcia continua: le vetrine spaccate, i ristoranti chiusi e alberghi sprangati da porte di ferro, bancomat bruciati, ingressi della metropolitana ostruiti da barricate di fortuna, volantini con la svastica cinese ovunque, immagini del presidente Xi Jin Ping ridicolizzato e turisti che fotografano le scritte in cinese e in inglese sui muri, affinché tutto il mondo possa comprendere il messaggio.

 Quel pomeriggio, quella sera di domenica e del sabato precedente Hong Kong era stata uno scenario di guerra, un campo di battaglia devastato fino ad essere avvolto da una calma spettrale, da un’atmosfera surreale angosciante nel vedere la Tigre asiatica senza le folle, senza le auto, con i negozi e ristoranti serrati. Era la scena apocalittica dell’ultimo atto di uno squallido film di fantascienza. Gli scontri e le proteste sarebbero ripresi il fine settimana seguente, il giorno dopo sarebbe stato lunedì e di buon mattino i mezzi spazza-strade avrebbero tolto i detriti e le barricate di fortuna. Squadre di netturbini schierate per raccogliere i volantini di propaganda, il contenuto dei cassonetti rivoltati, i cocci di vetro e la plastica delle bevande. Mentre imbianchini e operai sarebbero stati già al lavoro per ridipingere le pareti imbrattate, sistemare i mattoncini scardinati dai marciapiedi e cancellare le scritte sui muri. Nell’arco di una notte Hong Kong sarebbe tornata quella di sempre fino a venerdì, per essere nuovamente teatro di guerra sabato e domenica: le proteste dei week-end.

Vetrine vandalizzate

Alla protesta per l’autonomia, per la libertà, la lotta nata per opporsi alla legge sull’estradizione dalle province autonome cinesi, tra cui Hong Kong, sembra aggiungersi lo spettro dell’economia e della grande finanza. Le motivazioni originali delle manifestazioni sembrano sfumate tra le grida dei cortei. L’omicidio commesso da un giovane di Hong Kong, che a Taiwan aveva ammazzato la sua fidanzata, era divenuto, con ogni probabilità, un forte pretesto per far approvare la legge sull’estradizione, secondo la quale i reati commessi ad Hong Kong sarebbero stati giudicati dai tribunali cinesi.

I mattoncini delle strade usati contro le vetrine.

L’iniziativa avrebbe di certo sbriciolato qualsiasi garanzia alla giusta difesa, alla libertà di parola,  condizionando fortemente l’autonomia della provincia e mettendo a rischio una folta schiera d’intellettuali e dissidenti contrari alle politiche del governo centrale, che avrebbe, in forza della nuova legge, potuto chiedere l’estradizione in Cina di migliaia di persone per giudicare reati d’opinione futili, ma ritenuti gravissimi dal regime cinese che non prevede la separazione del potere politico da quello giudiziario. Qualsiasi voce scomoda al partito sarebbe stata imbavagliata molto prima della fatidica data del 2047, quando la Cina avrà il diritto d’inglobare Hong Kong cancellando la formula amministrativa di “Una nazione due sistemi”, che aveva sottoscritto nel 1997 quando la ex-colonia britannica è ritornata alla madre patria.

Eppure qualcuno dalla Kowloon-bay grida che non è solo questo. La Cina non intende rispettare gli accordi internazionali, la sua ingerenza negli affari della provincia autonoma è sempre più pressante e che  vi sia l’intenzione di non aspettare la scadenza pattuita. Una Cina che non sta ai patti, l’immagine di un paese poco affidabile che vuole mettere le mani sulla piazza finanziaria internazionale, commerciale ed economica di Hong Kong prima che si svuoti, prima che le grandi multinazionali, le grandi banche internazionali, i fondi di gestione patrimoniali, portino via i loro asset in paesi dove la presenza dello Stato non è fortemente invasiva come in Cina. Dove l’economia prospera grazie alla libera iniziativa e dove la ricchezza non è gestita da un regime.

Proteste in strada ad Hong Kong.

 Una gara contro il tempo, indispensabile per una fuga ordinata o un’invasione programmata. Una gara che ha bisogno dei suoi sponsor, dei suoi diversivi e del suo scopo nobile, affinché gli occhi del mondo si focalizzino su di essa e l’attenzione dell’opinione internazionale possa frenare i rapaci artigli della Cina quel tanto che basta per negoziare e ridurre al minimo le perdite su entrambi i fronti in un mondo in cui la polizia è autorizzata a sparare ad un ragazzo di diciotto anni armato di un pericoloso cartellone.

Dedicato al coraggio di Tsang Chi-kin, il giovane attivista gravemente ferito dalla polizia ed arrestato per la libertà.

(Mario Volpe)

#mariovolpescrittore #huiko #chinaprosit #rogiosieditore #cina #chinapoli #madeincina

China Prosit, il mio ultimo libro.
Mario Volpe

Il WEB e gli schiavi del nuovo millennio.

Esiste un concetto di crescita economica distorto che focalizza il benessere  rendendo sempre più difficile la redistribuzione della ricchezza

Agli albori della rete, internet prometteva d’essere lo scrigno delle magie che avrebbe rivoluzionato la vita di ogni essere umano. Avrebbe spalmato la conoscenza su tutte le menti offrendo, gratuitamente, libri digitalizzati, portali di lettura, quotidiani on-line e consentendo a chiunque fosse connesso alle chat o gruppi di discussione di esprimere commenti e pareri in nome di una completa libertà di pensiero e parola.

I visionari degli anni ’90 immaginavano che la rete avrebbe altresì migliorato e facilitato il commercio mondiale, perfezionando la logistica e lo stoccaggio delle merci in favore di una produzione progettata su specifiche richieste della clientela, personalizzando l’acquisto di ogni singolo consumatore. Promesse che, in parte, internet è riuscita a mantenere trascurando il rovescio della medaglia a cui erano attaccate realtà e valori tradizionali, spazzati via da un impietoso e cinico vento di progresso. Infatti, l’e-commerce, pur essendo un’opportunità disponibile per tutti gli operatori del settore, in realtà è un terreno economico monopolizzato con arroganza e interesse di casta, amministrato da poche multinazionali le quali tendono a cancellare le iniziative imprenditoriali territoriali; unica garanzia per una naturale redistribuzione della ricchezza e antidoto contro una povertà finanziaria e sociale sempre più vasta.

Ormai si assiste ad una progressiva estinzione di ruoli e competenze nel mondo del lavoro che contribuisce all’appiattimento degli utili sullo scambio di beni e servizi, che per decenni ha garantito una valorizzazione delle attività industriali e commerciali. Tali utili diffusi, amministrati con professionalità e consapevolezza, avrebbero garantito uno sviluppo economico pressoché uniforme, senza demotivare le imprese più audaci propense ad allargare gli orizzonti d’investimento. La nuova tecnologia, lo scambio d’informazioni e la velocità d’elaborazioni dei dati sarebbero stati i garanti di un controllo equo per il rispetto delle normative, affinché ci fosse la giusta proporzionalità tra rischi e investimenti, tra benefici e obblighi derivanti dalle attività in proprio, evitando che il commercio di prossimità finisse tutto negli stomaci voraci di multinazionali straniere. Realtà, che pur soddisfacendo una piccola parte delle richieste di lavoro, tendono, se pur legalmente, a trasferire verso altri paesi i propri risultati aziendali.

Naturalmente nessuno vuole mettere un freno brutale al progresso, ma lo stesso progresso dovrebbe garantire una crescita a ventaglio e non focalizzare la ricchezza a punta di lancia, favorendo macchine aziendali concepite per rastrellare danaro più che per redistribuirlo. Purtroppo le futuristiche aspettative del commercio via internet hanno preso una piega diversa riversando ogni offerta commerciale su una piazza virtuale unica e disponibile all’occhio globale del mondo, stressando la competitività aziendale oltre ogni possibile aspettativa e travolgendo, come un’onda sterminatrice, tutte le attività locali che, ciascuna a suo modo, si sforzavano di contribuire alla crescita economica, sociale e culturale dei territori in cui erano impiantate. Oggi la tendenza è quella di confrontare prezzi, offerte, prodotti sulla rete, concentrando la massa di ordini sulle piattaforme aziendali più convenienti e tagliando fuori ogni altra realtà imprenditoriale più piccola. Inoltre le recenti pasticciate normative impongono alle aziende di e-commerce, che vogliono operare in altri stati, di aprire filiali sul territorio, generando mostri economici che tendono a imporre regole capestro all’indotto asservito ad una concorrenza sleale, volutamente ignorata dalle nostre autorità di controllo. Tanto è vero che i favoritismi legali offerti alle realtà straniere del WEB hanno permesso a pochissime aziende di ottenere il massimo rendimento, con uno sforzo per niente proporzionato al profitto conseguito e al beneficio offerto alla nazione, generando perlopiù tornaconti dal mero aspetto individuale.

Chiaramente la responsabilità di tale decadenza non può essere attribuita allo strumento internet a prescindere, ma come accade per ogni innovazione è l’uso distorto, monopolizzato e incontrollato da cui scaturisce una dittatura economica che schiavizza lavoratori e imprese, obbligandoli a svendere competenze e professionalità alle multinazionali del WEB.

China Prosit
Diogene Edizioni

#mariovolpescrittore

La Venere della Costa


( un racconto di Mario Volpe)

Il sentiero della costa è una lunga striscia di cemento, che si snoda sul fianco della scogliera di Cape D’Ail; un cordolo grigio tra l’azzurro del Mediterraneo e un susseguirsi di case e di giardini a picco sul mare. Il percorso collega il lussuoso quartiere Fontvieille di Montecarlo con Plage Mala, una delle più belle calette della Costa Azzurra. Benché il vialetto possa sembrare l’ennesima ferita dell’uomo inferta al paesaggio, permette di godere di un angolo naturalistico altrimenti inaccessibile attraverso il promontorio di Cap Ferrat, dal cui punto d’osservazione ci si perde in una vista mozzafiato sulla linea dell’orizzonte, dove il cielo e il mare consumano la loro più suggestiva intesa.

Molte delle case a ridosso della scogliera hanno le imposte perennemente chiuse altre, quelle più vecchie, sembrano aver già vissuto antichi fasti che stentano a ritornare, lasciando le balconate barocche e le mastodontiche facciate in uno stato di angosciante abbandono. Al viottolo si accede da un piccolo cancello, chiuso soltanto durante le giornate di mare grosso per evitare spiacevoli incidenti. Non è improbabile, durante le violente mareggiate invernali, che le onde possano infrangersi sulla stradina e trascinare via qualche temerario pedone. Ma d’estate, con il sole che alimenta i bagliori sulle acque del mare lievemente increspate e con la brezza salata che condisce l’aria, il percorso s’affolla di turisti in cerca di una suggestiva passeggiata o di gente che si cimenta in piacevoli percorsi di jogging, vivendolo fino al calar del sole. Coppie o solitari passeggiatori di ogni età, che siano assidui sportivi, occasionali viandanti o abitanti del luogo si riversano sul sentiero in cerca di un’atmosfera romantica d’altri tempi e dell’impatto selvaggio offerto da un paesaggio che si sforza di non cambiare, malgrado le insistenze dell’uomo. Tra questa gente, su questa stessa striscia di cemento, tra le palme sfrondate dal vento e i muretti scrostati dalla salsedine, gli occhi di Monsieur Ignace, rugosi, stretti e bruciati dalla luce, scrutano la porzione di stradina sottostante il giardino della sua casa.

La villa un tempo era una delle più belle e frequentate della Costa Azzurra, era il centro di feste e congressi di cui Ignace, da piccolo non ne capiva il senso, ma ora che era vecchio le ricordava con nostalgia, cercando di passare in rassegna gli sfavillanti lampadari dei saloni, gli ampi infissi tinti d’azzurro, i pavimenti a scacchi sempre puliti e i vividi ornamenti sulle pareti. L’affresco della Venere della Costa, che decorava la parete cieca del salone, aveva perso tutta la vivacità dei colori e in molti punti era sbucciata come un tubero lesso. Il dipinto era costellato da grosse bolle d’umido che in alcuni punti avevano sbriciolato ampi scorci di paesaggio e cancellato i lineamenti della Venere, deturpandone le armoniose fattezze. Ignace sembrava non rendersi conto che dell’opera originaria c’era rimasto ben poco, se non slavati tratti di pennello, sufficienti a rimescolare i ricordi della sua infanzia quando sua madre gli diceva che su quella parete stava dipingendo uno dei più famosi artisti del tempo, che il piccolo Ignace, rispettosamente sottovoce chiamava Monsieur le peintre quando lo vedeva gironzolare per casa o intento a sfogare un incomprensibile estro creativo sulla candida parete cieca, su cui Ignace, prima che fosse occupata dall’affresco, contemplava ogni possibile angolo di mondo.

Un angolo che Monsieur le peintre, se pur indiscutibilmente bravo, gli aveva portato via senza chiedergli nulla, come se lui in quella casa non esistesse. Finché un giorno, oltre alla parete cieca, il grande artista si prese anche sua madre: la Venere che aveva ispirato l’affresco. L’esile figura bionda dalla carnagione chiara era ferma sulla scogliera con le spalle al blu cobalto del mare, troppo cupo rispetto all’azzurro intenso degli occhi di quella donna che non avrebbe dovuto invecchiare mai. Il piccolo Ignace nel guardarla, ogni mattina, dipinta sul muro, nuda e con i capelli scompigliati da un vento che non soffiava, capì il perché suo padre andò via senza fare più ritorno. Lo stesso giorno in cui Monsieur le peintre diede l’ultima lasciva pennellata alla scena che Ignace aveva imparato ad odiare sempre più, giorno per giorno, man mano che cresceva. Eppure, quando ripensava alla sua infanzia e alla sua acerba adolescenza, ormai incartapecorito dagli anni, era semplicemente felice. Del resto, non sarebbe mai riuscito ad odiare l’artista preferito di sua madre, donna troppo giovane per vivere solo con lui. Forse la colpa andava ricercata altrove: nei violenti contrasti tra i genitori di Ignace; nelle lacrime di lei, costretta ad assistere alle lascive effusioni delle false amiche che il suo uomo trascinava in casa durante i bagordi consumati sotto lo sguardo slavato e la pelle scialba di una Venere non ancora finita. In quei giorni l’affresco era soltanto un’ombra di timidi colori abbozzati sulla parete cieca.

L’artista aveva iniziato da poco a lavorare sul muro della sala e nel cuore di sua madre, lanciandole penetranti occhiate di complicità. Lei timidamente ricambiava, mentre era immobile a fare da modella di fronte ai finestroni che davano sul mare. Le imposte erano aperte tutto il giorno e le tende, strattonate dalle folate, sventolavano dentro la stanza. I tessuti si agitavano sotto la spinta degli spifferi alla stessa maniera dei boccoli biondi di lei, che l’artista ritraeva per donare alla Venere la medesima chioma, mentre aspettava che il grande pittore, stanco, dicesse: “Per oggi basta, continuiamo domani.”

Anche Monsieur Ignace, invecchiato e ricurvo sulla balaustra di gesso, aspettava ogni giorno con pazienza una giovane ed esile ragazza dai riccioli biondi, che ondeggiavano ad ogni passo di corsa e dalla pelle bianchissima che s’intravedeva dalla canotta sportiva. Lo stesso colore di quella che ormai la Venere non aveva più, ma che gli offriva l’inebriante sensazione del ricordo di sua madre. Dei suoi seni piccoli e turgidi che toccava ancora, benché fosse troppo cresciuto per serrare le labbra sui quei rosei capezzoli che non avrebbero potuto nutrire altro che una malata fantasia. 
Il vecchio Ignace, con gli occhi puntati sulla ragazza in corsa, ritornava con il pensiero alle labbra strette della Venere identiche a quelle che la madre gli poggiava sulla fronte, facendo schioccare il lieve e impercettibile bacio della notte. Uno schiocco continuo, come il ticchettio di un orologio che passava dai lobi delle orecchie fino alla base del collo, mentre lui poteva accarezzarle le ginocchia: aggraziate cupolette d’ossa che gli stavano giusto nel palmo della mano. Ma il ragazzo, ogni notte, sentiva dentro di sé svanire il gusto dell’innocenza che si disperdeva come lo sfrigolare della spuma assorbita nella sabbia, mentre l’umida voluttà della sua bocca languiva di un tenero desiderio inconfessabile che si consumava sotto lo sguardo bramoso dell’artista travolto dal un incontenibile delirio. Con arte e carnalità l’uomo dipingeva un abominevole peccato, mentre stringeva senza pudore le vibrazioni del suo inguine nel pugno sudato.

“Non c’è peccato in ogni atto d’amore. Non c’è dolore e male in ogni atto d’amore. Non c’è amore più grande, più vero di quello di una madre per un figlio e di un figlio per una madre. Tu sei parte di lei, vieni da lei, sei stato dentro di lei e nessuno ha più diritto di te di ritornarci”, sussurrava Monsieur le peintre nella penombra della sala. Un sussurro, continuo, ripetuto e sempre più definito a mano a mano che l’artista, vestito solo della sua rossiccia peluria, lasciava le grosse tele imbrattate dai nuovi impeti creativi per giungere fino al giaciglio di cuscini sparsi sul pavimento. Cuscini morbidi e caldi pensati come un piedistallo per una scultura modellata da corpi avvinghiati nell’intreccio di un’opera vivente. Una creazione carnale e blasfema che l’artista, tra affannosi mugugni, chiamava: “La nostra trinità”.

“Non c’è peccato in ogni atto d’amore.”

Le peintre ripeteva il suo mantra intanto che accompagnava, con le mani macchiate di colore, l’ondulare del bacino di Ignace aiutandolo a spingere delicatamente sul magro ventre di lei. Lo stesso ventre della Venere dipinta sulla parete cieca e che dal buio d’un insaziabile peccato teneva le pupille sui lenti movimenti di quel abominevole terzetto. Reciprocamente, confusi tra veli di seta, si scambiavano di posto in una lenta metamorfosi di forme impastando tenerezza e perversione con cui Monsieur le peintre bramava di realizzare la sua più grande opera. Un quadro che, notte dopo notte, al giovane Ignace piaceva sempre meno. Un quadro che, brivido dopo brivido, voleva sentire solo suo.

“Se non c’è peccato e non c’è male in ogni atto d’amore, non ce ne sarebbe stato alcuno a desiderare di volere solo per me il corpo della mia Venere viva tra i drappi di seta e cuscini di piume abbandonata all’incontrollato ardire della mia voglia meschina.” 
Ignace lo ripeteva a sé stesso ogni sera, ogni notte fino a che ossessionato dal peccato continuava a pensare di non avere nessuna colpa, di non aver fatto nulla di male. Nella convinzione della sua pura innocenza prese il cavallo d’alabastro dall’Amadia e lo nascose sotto il giaciglio di cuscini. Quando Monsieur le peintre fu sopra di lei inebriato tra le sue cosce, Ignace lo colpii sulla testa con lo spigolo della statuetta assecondando con la stessa foga i movimenti di un amore rubato. Dal cranio dell’amante colò un fluido denso e vermiglio che, gocciolando senza forma, intingeva i peli rossi della barba e delle lunghe ciocche. I capelli, mossi dagli spasmi della morte come setole di un pennello, dipinsero di sangue l’opera astratta del giovane Ignace. 

“Non c’è peccato in ogni atto d’amore”, come lo stesso Mensieur le peintre sussurrava tutte le volte che si spartivano la carne della Venere fino all’ultimo respiro e, per il giovane Ignace, neanche quella volta non ci fu male o peccato nell’ultimo atto di vero amore, di un amore malato e disperato. Quando gli spasmi lasciarono il corpo dell’artista immobile e riverso sul pavimento, gettato come un inservibile tubetto di colore strizzato fino all’ultima goccia, c’era solo lo sbandierare delle tende al vento a dare suono e movenza all’immobilità della scena, dominata dal respiro dei corpi abbracciati in un silenzio angosciante. 
Lei e il giovane Ignace restarono fermi, avvinghiati per tutta la notte, imbrattati dal rosso tepore del sangue, vicini a al corpo dell’artista con il viso sfatto dai nuovi e orripilanti lineamenti disegnati dagli spigoli del cavallo d’alabastro, lasciato cadere tra i cuscini e con le schegge d’ossa appiccicate alla base spigolosa, come se fosse granella di nocciola sul gelato alla vainiglia. Ignace amava il gelato alla vainiglia, aveva lo stesso profumo dolciastro del sudore dell’inguine di sua madre su cui poggiava la testa dopo aver soddisfatto ogni desiderio di Mensieur le pentire, mentre le sottili dita della donna gli scompigliavano delicatamente i capelli. Quella notte la Venere lo accarezzò fino alla mattina, fino a che le prime luci non dispersero ogni ombra dalla sala. 
Per il giovane Ignace fu l’ultimo giorno tra le braccia di una donna, fu l’ultimo nel conforto di una madre e l’ultimo che sentì le tende sventolare dentro casa, mentre un drappello in divisa trascinò la Venere lontano da lui per sempre.
Il sole era tramontato, ancora una volta, oltre la balaustra di gesso.

Importare dalla Cina – La Lettera di Credito

La scelta del pagamento è una delle modalità più delicate, a cui bisogna prestare attenzione, quando si deve regolarizzare una procedura. Importante è tenere ben presente le varie normative valutarie in vigore che regolano il trasferimento di danaro all’estero, preferendo pagamenti tracciati o garantiti dall’intermediazione di una banca. Per piccole importazioni, nell’ordine di centinaia di dollari o euro, è possibile ricorrere a Paypal, Alipay,Applepay o carte di credito, (in Cina si preferisce il circuito UNION PAY, in quanto  Visa e Mastercard non sempre sono accettate).  Se l’attività d’importazione assume una caratteristica di continuità e coinvolge importi di maggior rilievo è meglio ricorrere a sistemi di pagamento adeguati all’importanza della trattativa.

La forma migliore è, senza dubbio, l’apertura di una Lettera di Credito (abbreviata con l’acronimo L/C), un sistema di pagamento messo a punto per tutelare entrambe le parti dell’affare. In sostanza, il compratore si rivolge ad un istituto bancario per aprire un credito a favore di un beneficiario (un fornitore nel caso di una compravendita) a fronte di specifiche condizioni. Tale credito sarà perfezionato, con il pagamento, nel momento in cui il beneficiario assolverà a tutte le richieste di condizione formulate dal firmatario.  La Lettera di Credito è una formula di pagamento che coinvolge movimenti di danaro consistenti e richiede l’intermediazione di una banca come parte attiva, la quale prima di sciogliere tutte le riserve e dare via libera al trasferimento del danaro, verificherà con attenzione le condizioni proposte.  L’intervento di un soggetto terzo potrà meglio garantire il firmatario che il pagamento verrà eseguito solo se il beneficiario concorderà con le condizioni contrattuali, tutelando anche il venditore che avrà la sicurezza di essere onorato a contratto concluso senza ripensamenti da parte dell’acquirente.

Nella pratica commerciale, per finalizzare una Lettera di Credito il venditore dovrà dimostrare di aver preparato la commessa esibendo, alla banca, i documenti rappresentativi della merce tra cui: la fattura e la polizza di carico (marittima, aerea o combinata).Quest’ultimo documento è fondamentale per comprovare che la merce sia stata effettivamente consegnata ad un vettore per la spedizione. La L/C, per sua natura, è una formula costosa, sia in apertura che per l’incasso, per tale ragione, talvolta, si preferisce ricorrere a sistemi di pagamento meno impegnativi come la formula del “Dopo Incasso”. In questo caso il fornitore, dopo aver preparato la spedizione, invierà i documenti commerciali alla banca del cliente che provvederà al pagamento della fattura.Diversamente dalla Lettera di Credito, non vi è alcun obbligo da parte del cliente nel pagare la spedizione, ragione per la quale è necessario che sussista una fiducia consolidata tra il compratore e il venditore; la stessa fiducia necessaria per concordare, come pagamento, il Trasferimento Telegrafico (indicato brevemente come T/T), ossia un bonifico bancario internazionale.

Quest’ultimo metodo è attualmente molto richiesto dai fornitori per poter disporre subito delle risorse finanziare necessarie ad avviare la produzione, in particolare da quando la Cina è passata da un’economia totalmente controllata dallo Stato ad una con partecipazione dei capitali privati.

Il pagamento con bonifico, spesso anticipato, è particolarmente rischioso a causa della concreta possibilità che il beneficiario possa trattenere i soldi e sparire.Per ovviare a tale pericolo, nella pratica commerciale si è soliti spedire un acconto tra il 20% e il 30%, e pagare il saldo a spedizione avvenuta, magari dopo aver ricevuto almeno una copia del documento di carico delle merci, seppur nulla possa realmente garantire al 100% il compratore, se non la fiducia reciproca animata dalla voglia di fare buoni affari insieme.

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