La Venere della Costa


( un racconto di Mario Volpe)

Il sentiero della costa è una lunga striscia di cemento, che si snoda sul fianco della scogliera di Cape D’Ail; un cordolo grigio tra l’azzurro del Mediterraneo e un susseguirsi di case e di giardini a picco sul mare. Il percorso collega il lussuoso quartiere Fontvieille di Montecarlo con Plage Mala, una delle più belle calette della Costa Azzurra. Benché il vialetto possa sembrare l’ennesima ferita dell’uomo inferta al paesaggio, permette di godere di un angolo naturalistico altrimenti inaccessibile attraverso il promontorio di Cap Ferrat, dal cui punto d’osservazione ci si perde in una vista mozzafiato sulla linea dell’orizzonte, dove il cielo e il mare consumano la loro più suggestiva intesa.

Molte delle case a ridosso della scogliera hanno le imposte perennemente chiuse altre, quelle più vecchie, sembrano aver già vissuto antichi fasti che stentano a ritornare, lasciando le balconate barocche e le mastodontiche facciate in uno stato di angosciante abbandono. Al viottolo si accede da un piccolo cancello, chiuso soltanto durante le giornate di mare grosso per evitare spiacevoli incidenti. Non è improbabile, durante le violente mareggiate invernali, che le onde possano infrangersi sulla stradina e trascinare via qualche temerario pedone. Ma d’estate, con il sole che alimenta i bagliori sulle acque del mare lievemente increspate e con la brezza salata che condisce l’aria, il percorso s’affolla di turisti in cerca di una suggestiva passeggiata o di gente che si cimenta in piacevoli percorsi di jogging, vivendolo fino al calar del sole. Coppie o solitari passeggiatori di ogni età, che siano assidui sportivi, occasionali viandanti o abitanti del luogo si riversano sul sentiero in cerca di un’atmosfera romantica d’altri tempi e dell’impatto selvaggio offerto da un paesaggio che si sforza di non cambiare, malgrado le insistenze dell’uomo. Tra questa gente, su questa stessa striscia di cemento, tra le palme sfrondate dal vento e i muretti scrostati dalla salsedine, gli occhi di Monsieur Ignace, rugosi, stretti e bruciati dalla luce, scrutano la porzione di stradina sottostante il giardino della sua casa.

La villa un tempo era una delle più belle e frequentate della Costa Azzurra, era il centro di feste e congressi di cui Ignace, da piccolo non ne capiva il senso, ma ora che era vecchio le ricordava con nostalgia, cercando di passare in rassegna gli sfavillanti lampadari dei saloni, gli ampi infissi tinti d’azzurro, i pavimenti a scacchi sempre puliti e i vividi ornamenti sulle pareti. L’affresco della Venere della Costa, che decorava la parete cieca del salone, aveva perso tutta la vivacità dei colori e in molti punti era sbucciata come un tubero lesso. Il dipinto era costellato da grosse bolle d’umido che in alcuni punti avevano sbriciolato ampi scorci di paesaggio e cancellato i lineamenti della Venere, deturpandone le armoniose fattezze. Ignace sembrava non rendersi conto che dell’opera originaria c’era rimasto ben poco, se non slavati tratti di pennello, sufficienti a rimescolare i ricordi della sua infanzia quando sua madre gli diceva che su quella parete stava dipingendo uno dei più famosi artisti del tempo, che il piccolo Ignace, rispettosamente sottovoce chiamava Monsieur le peintre quando lo vedeva gironzolare per casa o intento a sfogare un incomprensibile estro creativo sulla candida parete cieca, su cui Ignace, prima che fosse occupata dall’affresco, contemplava ogni possibile angolo di mondo.

Un angolo che Monsieur le peintre, se pur indiscutibilmente bravo, gli aveva portato via senza chiedergli nulla, come se lui in quella casa non esistesse. Finché un giorno, oltre alla parete cieca, il grande artista si prese anche sua madre: la Venere che aveva ispirato l’affresco. L’esile figura bionda dalla carnagione chiara era ferma sulla scogliera con le spalle al blu cobalto del mare, troppo cupo rispetto all’azzurro intenso degli occhi di quella donna che non avrebbe dovuto invecchiare mai. Il piccolo Ignace nel guardarla, ogni mattina, dipinta sul muro, nuda e con i capelli scompigliati da un vento che non soffiava, capì il perché suo padre andò via senza fare più ritorno. Lo stesso giorno in cui Monsieur le peintre diede l’ultima lasciva pennellata alla scena che Ignace aveva imparato ad odiare sempre più, giorno per giorno, man mano che cresceva. Eppure, quando ripensava alla sua infanzia e alla sua acerba adolescenza, ormai incartapecorito dagli anni, era semplicemente felice. Del resto, non sarebbe mai riuscito ad odiare l’artista preferito di sua madre, donna troppo giovane per vivere solo con lui. Forse la colpa andava ricercata altrove: nei violenti contrasti tra i genitori di Ignace; nelle lacrime di lei, costretta ad assistere alle lascive effusioni delle false amiche che il suo uomo trascinava in casa durante i bagordi consumati sotto lo sguardo slavato e la pelle scialba di una Venere non ancora finita. In quei giorni l’affresco era soltanto un’ombra di timidi colori abbozzati sulla parete cieca.

L’artista aveva iniziato da poco a lavorare sul muro della sala e nel cuore di sua madre, lanciandole penetranti occhiate di complicità. Lei timidamente ricambiava, mentre era immobile a fare da modella di fronte ai finestroni che davano sul mare. Le imposte erano aperte tutto il giorno e le tende, strattonate dalle folate, sventolavano dentro la stanza. I tessuti si agitavano sotto la spinta degli spifferi alla stessa maniera dei boccoli biondi di lei, che l’artista ritraeva per donare alla Venere la medesima chioma, mentre aspettava che il grande pittore, stanco, dicesse: “Per oggi basta, continuiamo domani.”

Anche Monsieur Ignace, invecchiato e ricurvo sulla balaustra di gesso, aspettava ogni giorno con pazienza una giovane ed esile ragazza dai riccioli biondi, che ondeggiavano ad ogni passo di corsa e dalla pelle bianchissima che s’intravedeva dalla canotta sportiva. Lo stesso colore di quella che ormai la Venere non aveva più, ma che gli offriva l’inebriante sensazione del ricordo di sua madre. Dei suoi seni piccoli e turgidi che toccava ancora, benché fosse troppo cresciuto per serrare le labbra sui quei rosei capezzoli che non avrebbero potuto nutrire altro che una malata fantasia. 
Il vecchio Ignace, con gli occhi puntati sulla ragazza in corsa, ritornava con il pensiero alle labbra strette della Venere identiche a quelle che la madre gli poggiava sulla fronte, facendo schioccare il lieve e impercettibile bacio della notte. Uno schiocco continuo, come il ticchettio di un orologio che passava dai lobi delle orecchie fino alla base del collo, mentre lui poteva accarezzarle le ginocchia: aggraziate cupolette d’ossa che gli stavano giusto nel palmo della mano. Ma il ragazzo, ogni notte, sentiva dentro di sé svanire il gusto dell’innocenza che si disperdeva come lo sfrigolare della spuma assorbita nella sabbia, mentre l’umida voluttà della sua bocca languiva di un tenero desiderio inconfessabile che si consumava sotto lo sguardo bramoso dell’artista travolto dal un incontenibile delirio. Con arte e carnalità l’uomo dipingeva un abominevole peccato, mentre stringeva senza pudore le vibrazioni del suo inguine nel pugno sudato.

“Non c’è peccato in ogni atto d’amore. Non c’è dolore e male in ogni atto d’amore. Non c’è amore più grande, più vero di quello di una madre per un figlio e di un figlio per una madre. Tu sei parte di lei, vieni da lei, sei stato dentro di lei e nessuno ha più diritto di te di ritornarci”, sussurrava Monsieur le peintre nella penombra della sala. Un sussurro, continuo, ripetuto e sempre più definito a mano a mano che l’artista, vestito solo della sua rossiccia peluria, lasciava le grosse tele imbrattate dai nuovi impeti creativi per giungere fino al giaciglio di cuscini sparsi sul pavimento. Cuscini morbidi e caldi pensati come un piedistallo per una scultura modellata da corpi avvinghiati nell’intreccio di un’opera vivente. Una creazione carnale e blasfema che l’artista, tra affannosi mugugni, chiamava: “La nostra trinità”.

“Non c’è peccato in ogni atto d’amore.”

Le peintre ripeteva il suo mantra intanto che accompagnava, con le mani macchiate di colore, l’ondulare del bacino di Ignace aiutandolo a spingere delicatamente sul magro ventre di lei. Lo stesso ventre della Venere dipinta sulla parete cieca e che dal buio d’un insaziabile peccato teneva le pupille sui lenti movimenti di quel abominevole terzetto. Reciprocamente, confusi tra veli di seta, si scambiavano di posto in una lenta metamorfosi di forme impastando tenerezza e perversione con cui Monsieur le peintre bramava di realizzare la sua più grande opera. Un quadro che, notte dopo notte, al giovane Ignace piaceva sempre meno. Un quadro che, brivido dopo brivido, voleva sentire solo suo.

“Se non c’è peccato e non c’è male in ogni atto d’amore, non ce ne sarebbe stato alcuno a desiderare di volere solo per me il corpo della mia Venere viva tra i drappi di seta e cuscini di piume abbandonata all’incontrollato ardire della mia voglia meschina.” 
Ignace lo ripeteva a sé stesso ogni sera, ogni notte fino a che ossessionato dal peccato continuava a pensare di non avere nessuna colpa, di non aver fatto nulla di male. Nella convinzione della sua pura innocenza prese il cavallo d’alabastro dall’Amadia e lo nascose sotto il giaciglio di cuscini. Quando Monsieur le peintre fu sopra di lei inebriato tra le sue cosce, Ignace lo colpii sulla testa con lo spigolo della statuetta assecondando con la stessa foga i movimenti di un amore rubato. Dal cranio dell’amante colò un fluido denso e vermiglio che, gocciolando senza forma, intingeva i peli rossi della barba e delle lunghe ciocche. I capelli, mossi dagli spasmi della morte come setole di un pennello, dipinsero di sangue l’opera astratta del giovane Ignace. 

“Non c’è peccato in ogni atto d’amore”, come lo stesso Mensieur le peintre sussurrava tutte le volte che si spartivano la carne della Venere fino all’ultimo respiro e, per il giovane Ignace, neanche quella volta non ci fu male o peccato nell’ultimo atto di vero amore, di un amore malato e disperato. Quando gli spasmi lasciarono il corpo dell’artista immobile e riverso sul pavimento, gettato come un inservibile tubetto di colore strizzato fino all’ultima goccia, c’era solo lo sbandierare delle tende al vento a dare suono e movenza all’immobilità della scena, dominata dal respiro dei corpi abbracciati in un silenzio angosciante. 
Lei e il giovane Ignace restarono fermi, avvinghiati per tutta la notte, imbrattati dal rosso tepore del sangue, vicini a al corpo dell’artista con il viso sfatto dai nuovi e orripilanti lineamenti disegnati dagli spigoli del cavallo d’alabastro, lasciato cadere tra i cuscini e con le schegge d’ossa appiccicate alla base spigolosa, come se fosse granella di nocciola sul gelato alla vainiglia. Ignace amava il gelato alla vainiglia, aveva lo stesso profumo dolciastro del sudore dell’inguine di sua madre su cui poggiava la testa dopo aver soddisfatto ogni desiderio di Mensieur le pentire, mentre le sottili dita della donna gli scompigliavano delicatamente i capelli. Quella notte la Venere lo accarezzò fino alla mattina, fino a che le prime luci non dispersero ogni ombra dalla sala. 
Per il giovane Ignace fu l’ultimo giorno tra le braccia di una donna, fu l’ultimo nel conforto di una madre e l’ultimo che sentì le tende sventolare dentro casa, mentre un drappello in divisa trascinò la Venere lontano da lui per sempre.
Il sole era tramontato, ancora una volta, oltre la balaustra di gesso.

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